Der frohe Regen (in memoria dell’ombrello comprato a Dresda e perso a Roma)

Da bambina sorridevo sempre. Le foto sono lì a testimoniare l’ingenua spensieratezza che, a dispetto di un quotidiano avaro di tante cose, si ostinava a brillare incorrotto.

Qualcosa (di importante) mancava, ma riuscivo a farmi bastare le presenze su cui dovevo contare. Brontolone, a tratti troppo severe e assennate per la mia età, ma comunque sufficientemente sostanziose per l’allegra testarda che ero.

Una fonte di luce, a mio modo. Un essere che cercava di rendere il quotidiano meno pesante a chi voleva bene, anche a costo di farsi carico di oneri che per ruolo ed età non gli sarebbero spettati.

Qualcosa che cercava di essere bello e lieve al tempo stesso, senza essere capito. Poi arrivò l’adolescenza, un dicembre senza Natale e Capodanno, che portò in dote solo giornate più corte e livide. Il taglio del cordone ombelicale era il più ambito oggetto del desiderio, ma, per qualche oscuro motivo, appariva al tempo stesso spaventoso.

Il sorriso, un tempo di cioccolato, assunse il sapore dei chiodi di garofano. La malinconia mi impastò i pensieri, come lo scirocco fa con i palazzi di tufo salentino.

Lo slancio verso la felicità si tramutò, da risata piena e irrefrenabile, in dissimulata increspatura di labbra. Ogni passione non tardava a svelare la data di scadenza, e i legami, dopo rapida fiammata, cedevano il posto all’inconfondibile odore di fiori secchi.

Sebbene avessi rinunciato alla scriteriata generosità, però, la realtà circostante non mi concesse maggiore benevolenza, anzi. Il composto disincanto divenne criminale cui dedicare una caccia senza quartiere.

Delusa? Quasi certamente.

Arrabbiata? A tratti.

Messa con le spalle al muro? Scaramanticamente mi riservo di procrastinare la risposta.

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Arrendermi a quello che non posso controllare

Giorni in cui minuscoli atti di gentilezza hanno il potere di regalarmi lacrime di gratitudine. Chè in fondo perfino la sindrome premestruale ha del buono, se permette di non soccombere a un’onda anomale di cinismo.

Storia e paesaggio rendono raggelante la bellezza di Budapest, ma Langos e Kurtoskalacs sono il meritato premio di chi riesce ad apprezzarla dopo averne assaggiato gli spigoli.

Il sorriso è qualcosa di tanto semplice quanto eversivo. Alleggerisce almeno parzialmente la fatica di mani, spalle ed occhi costretti ad attraversare (e sopravvivere) al caos e all’illogicità del quotidiano.

Un uomo anziano che bacia sulle labbra la moglie salutandola in aeroporto. Una rosa bigliettino-munita fissata con dello scotch al parabrezza di un’auto.

Per quanto a volte fatichi a ricordarlo, la vita pulsa e sanguina emozioni a pochi metri da me. Esserne testimone cocciuta è la mia personale forma di resistenza.

Prendere febbraio per il verso giusto

Ė la sera immediatamente precedente una partenza, ancora una volta. Ora so che avrei potuto assaporare il gusto coriandolo di queste ore concitate come oggi non è (più) possibile. Banale ma vero, la consapevolezza di non aver colto un’istigazione alla gioia è per definizione retrospettiva.

Fra pochi giorni è il mio compleanno. Il 35esimo. Lo avevo fantasticato diverso da così, o meglio, non avevo avuto il tempo di immaginarmelo, assorbita com’ero dai mille – contraddittori – stimoli quotidiani. Ora è alle porte, e per l’ennesima volta devo fare i conti con la mia paura più grande. E se non avessi più davanti a me uno spazio di tempo sufficiente a recuperare tutto ciò di cui in passato mi sono irrimediabilmente privata?

Temere una brutta notizia, convincersi che sta per materializzarsi, riuscire quasi a pianificare il modo in cui ti verrà comunicata, non cancella lo strascico di dolore e responsabilità che porterebbe con sé. Forse è questo l’aspetto più insopportabile di tutta la faccenda, la mia sostanziale incapacità di vivere senza aggrapparmi con le unghie e con i denti alla progettualità.

Stanotte però, se non voglio finire soffocata dal mio vomito mentale, devo accettare (e assaporare) l’ineluttabilità dello spazio sospeso in cui sto per entrare.

I cookie più buoni che abbia mai mangiato

Qual è la linea di confine tra suggestione e sintomo?

Cinque anni fa ho trascorso svariati pomeriggi al pronto soccorso, temendo di essere sull’orlo di un infarto. Ancor prima, quasi certa di avere una leucemia avevo chiesto al mio psicanalista di ispezionare i lividi sul mio corpo, facendogli rischiare il matrimonio. Insomma, tecnicamente dovrei essere in grado di rispondere alla domanda.

Invece, ancora una volta ho ceduto alla tentazione di osservare compulsivamente la mia pelle in cerca di segnali che mi autorizzino a una qualche reazione definitiva (o liberatoria?), sollievo o disperazione che sia.

Stavolta però il mio compleanno e un viaggio sono alle porte, e questo mi costringe a mettere temporaneamente in stand by la pianificazione mentale del mortale decorso della mia malattia. Farcela senza l’illusorio conforto del cibo sembra totalmente fuori dalla mia portata, però.

Un’alternativa ci sarebbe, anche se il solo pensarci la fa apparire scomoda. E se provassi a godere del sole di febbraio che abbraccia la lussureggiante chiesa di San Mattia pur sapendo che di lì a qualche giorno mi aspetta un responso fondamentale? Gioire a dispetto di un’attesa che cambierà il corso dei giorni è qualcosa che ho già sperimentato, e che non ha minimamente offuscato l’emozione di pranzare ai piedi dello Stephansdom.

La coesistenza degli opposti può nutrire o lacerare. Sta a me scegliere.

La miglior vendetta è un muro di gomma

Vorrei rimpiangere tempi non molto lontani, quando, dopo che qualcuno mi feriva e deludeva, a consolarmi c’erano gli scenari immaginari in cui ricambiavo il favore sotto forma di cocente umiliazione. Una sorta di Nutella ipocalorica che spesso però mi ha portata sulla soglia dello shock anafilattico.

Fantasticare la rivincita esteriore oggi è diventato un dolce vegano. Inutile e insapore, insomma, qualcosa a cui poter rinunciare senza troppo sforzo, sebbene ancora non sia in grado di apprezzare appieno il gusto di ciò che lo ha sostituito.

Tirare le somme, redigere consuntivi, correggere gli errori di valutazione. Niente (più) esami di coscienza assistiti, bandite le dichiarazioni d’intenti provviste di testimoni. Mi son chiesta se scriverne non rappresenti già una contraddizione in termini, ma credo di potermi rassicurare.

Queste righe sono per ricordarmi che l’unica risposta a uno schiaffo inaspettato e sonoro è lo scatto di autostima e noncuranza che devo a me stessa. E per regalarmelo ci vuole pazienza.

Neppure l’arte riesce a nobilitarti, se hai lo spessore della carta velina

L’invidia non è uno spauracchio da scantonare, se capisci che la percezione che hai di te è il ponte attraverso cui gli altri si avvicinano (o allontanano).

Ero alla mostra di Arcimboldo giorni fa. Appena arrivata sento qualcuno parlare in tedesco. Ė un ragazzo che con il braccio cinge i fianchi della tipa che lo accompagna. Le sta spiegando chi era l’artista e in quale periodo è vissuto.

Mi piace pensare che lui abbia studiato arte, forse perché così posso immaginare te al suo posto, e me nel ruolo della fortunata.

La lei in questione è alta e magra. Ha uno sguardo da professoressa annoiata, e non fa nulla per dimostrare al ragazzo di meritare il surplus di passione e competenza che lui le dona. Mi viene da pensare che sia proprio questo il segreto della riuscita di molte relazioni.

Essere a portata di orecchio mi mette a disagio. Mi sento come se stessi violando la sacralità di questo loro momento, perlomeno per come sembra lo stia vivendo il ragazzo. Senza contare che l’inevitabile parallelo con quello che sarebbe potuto essere (?) mi tagliuzza sadicamente la pancia, e ne ho abbastanza di stoici stillicidi.

Raggiungo in fretta la sala successiva, e con un certo sollievo mi accorgo che la mia laconicità non mi pesa quasi più.

Quando perfino chi ha tutto o quasi giudica la gentilezza superflua, tenerla in vita dopo aver realizzato che il mondo è un bluff risulta pura utopia. Ma forse è proprio l’ingiusta sottovalutazione subita a renderne indispensabile la riabilitazione.

La finta benevolenza del sole di gennaio

Dicono che sbagliando s’impara, ma guardando al mio curriculum esistenziale, qualche dubbio sorge. Mi sa che il detto popolare ha omesso di menzionare la velocità di reazione individuale quale fattore decisivo e discriminante.

Per l’ennesima volta avrei voglia di sgraffiare via la faccia della realtà circostante. Cancellarla con tutta la furia possibile, e rimuovere subito dopo anche il ricordo dell’accaduto. Però ancora non basterebbe a prosciugare la cieca e diffusa sensazione d’ingiustizia che mi porto al collo.

Non si sfugge. (Soprav) vivere significa sradicarsi la faccia e trapiantarsene una di cortesia, con tutti i rischi del caso. Ipotesi di rigetto e incapacità di familiarizzare con il nuovo organo in primis.

A ogni cinghiata sui denti promettersi – e pretendere – nuovi errori più edificanti, per poi, con metodo quasi matematico, fallire impietosamente alla prova dei fatti.

Se certi problemi si ostinano a usare i tuoi giorni come casa, a nidificare sulla tua inconcludenza, devi essere tu a cercare un nuovo posto in cui dormire, mentre prepari la strategia utile a sfrattarli.  Appurato che non ci si libera di una bestia chiedendole di compilare la constatazione amichevole, si può solo adottare l’approccio muscolare da sempre ripugnato.

Un problema non cambia pelle, finchè non riesci a guardarlo negli occhi. Sta a te rovesciarti i connotati, se serve a procacciarti il coraggio necessario.