Ridere. Soprattutto quando il mondo (sembra) congiura(re) contro di te

Fare la cosa giusta spesso ti costringe ad andare avanti e ostentare sangue freddo nonostante rabbia e delusione ti stiano pedinando.

Vorresti cedere all’impulso di urlare loro contro tutta la tua angoscia, la paura e il raggelante senso di impotenza. La tentazione è a tratti accecante, ma sai che non puoi. Al contatto con la realtà, la tua speranza di trovare un qualche sollievo si disintegrerebbe pietosamente, rivelandosi mera illusione.

Non sono ancora veramente libera da certi astratti  e (forse) opinabili principi di giustizia che mi trascino dietro da anni. Così, il più delle volte non sono in grado di dipanare la nera, aggrovigliata matassa di pensieri e stati d’animo tossici che mi attraversano la pancia.

Vorrei essere sufficientemente determinata e coraggiosa da non permettere alla fame nervosa di azzannarmi ai polpacci. Invece, l’aspetto peggiore della questione è che quel morso sembra un rifugio addirittura sensuale, se paragonato alla spazzatura emotiva di cui non riesco a sbarazzarmi.

Annunci

Would you kiss me a lot?

La prima volta che ci siamo visti eravamo in anticipo entrambi.

Nonostante i pochi tavoli di distanza, nessuno dei due si era accorto dell’altro. Con il senno di poi mi sono convinta che fosse il primo, inequivocabile, segno, della comica (cronica) distrazione che ci lega.

Goffi, maldestri, eppure ostaggio di aspettative troppo alte. Entrambi costantemente combattuti tra il richiamo delle profondità marine verdiazzurre, e la vertiginosa libertà delle aquile, tanto aristocratiche quanto  malintese.

Mi disorienta l’aroma di familiarità che emana tutta la tua persona. Ogni volta che scorgo un tratto che ci accomuna, la paura, figlia dell’impossibilità di spiegare razionalmente la faccenda, stronca sul nascere quella punta di compiacimento che in altri tempi mi sarei concessa senza rimorsi. Inibisce l’atavica tentazione a ricamare su ogni cosa bella in cui inciampo.

Ciononostante, mi urta il piglio investigativo con cui scagli le tue domande. Forse perché, senza saperlo (né, forse, volerlo) mi costringi a guardare allo specchio la dissennata fame di risposte e lo spasmodico bisogno di punti fermi che in passato mi hanno consegnata, mani e piedi legati,  all’ossessione.

Il genuino entusiasmo ti espone forse indifeso al mondo esterno, eppure ti abbandoni con gratitudine a ciò che ti appassiona. Un’infinita curiosità, energia che non ha bisogno di risparmiarsi perché si autoalimenta. Come l’eco di qualcosa che, pur lontano del tempo, permane incorrotto nella sua essenza, e chiaramente distinguibile.

Eppure, il mio cuore è ancora giovane

 

La mia pancia ha il fiuto di un cane da tartufo, in caso di pericolo esterno.

Quando invece scegliere sta a me, e sono a un bivio, in procinto di sbagliare, preferisco disperdere l’attenzione su bersagli inesistenti, o comunque del tutto irrilevanti.

Insoddisfatta di come impiego tempo ed energie, continuo a trascinare i miei passi uno dopo l’altro. La sindrome premestruale peraltro non aiuta, quando c’è bisogno di uno sguardo capace di respiri ampi e profondi.

Manca una presenza entusiasta  e ficcante come te. Ciononostante, non posso affezionarmi alle tue domande, e neanche alla tua musica. Tenere a mente le tue braccia conserte durante il nostro primo incontro è indispensabile, per evitare un clamoroso deragliamento del desiderio. Per me sei un uomo, ma ai tuoi occhi io sono solo una persona.

Sono inciampata in te mentre mi preparavo a uscire dal bozzolo, ma devo lottare contro me stessa per ricordare che la causa e fonte del miracolo non sei tu. Le coincidenze a volte hanno il profumo della grazia laica, ma in pochi istanti la loro scia si dissolve, e addosso resta solo una spietata malinconia senza traiettoria.

Continuare a camminare anche se un frammento del mio pensiero è ancora legato a te. Vivere anche se, con la coda del’occhio, la mia pancia continua a guardarti. Fare tutto come se tu non ci fossi, perché è questa la realtà. Palpabile, scabrosa, ma incontrovertibile.

Ci vuole coraggio (o incoscienza) per sporcarsi le mani

Le parole sono vestiti. Raramente portano con sé l’eco di ciò che agita pancia e testa delle persone. Quasi sempre sono il frutto (avvelenato) di mode, buonismo e ipocrisia interessata, se non addirittura di infantili capricci.

Molti credono che effondere frasi caramellate e decorarle con sorrisi gratuiti li renderà migliori, candeggiando la coscienza dalle conseguenze di irragionevolezza e superficialità. Altri, che si nutrono di autoreferenzialità, abusano di parole che, al pari di una cravatta di seta o di un profumo costoso, camufferanno la loro inconsistenza rendendola quasi appetibile, in virtù dell’aura di esclusività. La verità, però, è che il letame resta tale anche ci spruzzi sopra un’intera boccetta di Chanel n.5.

A volte vorrei poter iniziare lo sciopero della parola, per non esser complice anch’io, nel mio piccolo, del gioco al massacro ai danni di pensieri, intenzioni e azioni. Invece, puntualmente l’ingenua testardaggine mi illude che, prestando ancor più cura e attenzione al modo in cui esprimo ciò che mi passa per la testa, scongiurerò un nuovo abbaglio.

Mi sento come una bambina che ha appena iniziato a camminare e, imperterrita, esplora il microcosmo circostante a dispetto delle cadute, delle sbucciature sulle ginocchia, e delle dita infilate nella presa della corrente. Niente riesce davvero a scoraggiarla, quasi come se, ogni volta, un’amnesia miracolosa cancellasse con una secchiata di vernice bianca il dolore fisico ancora fresco.

In entrambe i casi, l’insopprimibile vocazione a ricominciare è forse l’unico modo per esorcizzare il disordine delle cose di cui gli uomini sono responsabili.

Un puntuale, camaleontico, inganno

Maggio sono le montagne russe su cui ti spingono a forza senza che tu abbia acquistato il biglietto.

Le prime ciliegie della stagione. Pur conoscendone il sapore di acqua amara, un cocciuto residuo di te spera ogni volta in un smentita.

Sei oltreoceano da un mese, ormai, e sembrava impossibile dovermi abituare ai silenziosi intervalli della tua voce. Un crudele paradosso l’assenza di quella sfrontata risata apparentemente così lontana dal cipiglio serioso dei tuoi occhi. Poi, inaspettato, è arrivato uno sguardo arioso e spensierato. Sarai anche un piatto che alletta per la sua ricercatezza, ma non c’è confronto con l’injera, nutriente com’è.

Un paio d’occhi genuinamente incuriositi dall’umanità, e appassionati delle sue più diverse manifestazioni. Dopodiché maggio ha ripreso il suo battito naturale. Incoerente ma torrenziale di vita.

L’eleganza sorniona di Paddy McAloon, il sorriso generoso di Ricky Ross, l’accorata energia di Guy Garvey, la sua urgenza espressiva.

Oggi la data segnata sul biglietto per Palermo non ha più alcuna importanza.

Every colour I am

La bellezza pensosa del mare in un giorno lavorativo.

L’ingenuità di un Luna Park di provincia quando ancora è pomeriggio. Un bozzolo in grado di riconciliarti con il mondo, qualcosa che neanche l’ultimo singolo dei The Giornalisti riesce a corrompere.

L’indolenza adornata di punti interrogativi la sera che precede la partenza.

Realizzare che il nocciolo indigeribile di un tradimento non è il sesso, ma la consapevolezza che la nostra complicità era solo un vestito fatto in serie.

Prima ancora del tuo corpo nel mio letto, quello che manca e punge è la curiosità verso i miei demoni e passioni.

Ti ho chiesto perché sorridi così poco, ma tu non sei stato altrettanto interessato a sapere cosa mi spinge a restare in casa la domenica sera per tradurre un misconosciuto documentario in lingua tedesca sui Genialen Dillentanten.

Der frohe Regen (in memoria dell’ombrello comprato a Dresda e perso a Roma)

Da bambina sorridevo sempre. Le foto sono lì a testimoniare l’ingenua spensieratezza che, a dispetto di un quotidiano avaro di tante cose, si ostinava a brillare incorrotto.

Qualcosa (di importante) mancava, ma riuscivo a farmi bastare le presenze su cui dovevo contare. Brontolone, a tratti troppo severe e assennate per la mia età, ma comunque sufficientemente sostanziose per l’allegra testarda che ero.

Una fonte di luce, a mio modo. Un essere che cercava di rendere il quotidiano meno pesante a chi voleva bene, anche a costo di farsi carico di oneri che per ruolo ed età non gli sarebbero spettati.

Qualcosa che cercava di essere bello e lieve al tempo stesso, senza essere capito. Poi arrivò l’adolescenza, un dicembre senza Natale e Capodanno, che portò in dote solo giornate più corte e livide. Il taglio del cordone ombelicale era il più ambito oggetto del desiderio, ma, per qualche oscuro motivo, appariva al tempo stesso spaventoso.

Il sorriso, un tempo di cioccolato, assunse il sapore dei chiodi di garofano. La malinconia mi impastò i pensieri, come lo scirocco fa con i palazzi di tufo salentino.

Lo slancio verso la felicità si tramutò, da risata piena e irrefrenabile, in dissimulata increspatura di labbra. Ogni passione non tardava a svelare la data di scadenza, e i legami, dopo rapida fiammata, cedevano il posto all’inconfondibile odore di fiori secchi.

Sebbene avessi rinunciato alla scriteriata generosità, però, la realtà circostante non mi concesse maggiore benevolenza, anzi. Il composto disincanto divenne criminale cui dedicare una caccia senza quartiere.

Delusa? Quasi certamente.

Arrabbiata? A tratti.

Messa con le spalle al muro? Scaramanticamente mi riservo di procrastinare la risposta.