La finta benevolenza del sole di gennaio

Dicono che sbagliando s’impara, ma guardando al mio curriculum esistenziale, qualche dubbio sorge. Mi sa che il detto popolare ha omesso di menzionare la velocità di reazione individuale quale fattore decisivo e discriminante.

Per l’ennesima volta avrei voglia di sgraffiare via la faccia della realtà circostante. Cancellarla con tutta la furia possibile, e rimuovere subito dopo anche il ricordo dell’accaduto. Però ancora non basterebbe a prosciugare la cieca e diffusa sensazione d’ingiustizia che mi porto al collo.

Non si sfugge. (Soprav) vivere significa sradicarsi la faccia e trapiantarsene una di cortesia, con tutti i rischi del caso. Ipotesi di rigetto e incapacità di familiarizzare con il nuovo organo in primis.

A ogni cinghiata sui denti promettersi – e pretendere – nuovi errori più edificanti, per poi, con metodo quasi matematico, fallire impietosamente alla prova dei fatti.

Se certi problemi si ostinano a usare i tuoi giorni come casa, a nidificare sulla tua inconcludenza, devi essere tu a cercare un nuovo posto in cui dormire, mentre prepari la strategia utile a sfrattarli.  Appurato che non ci si libera di una bestia chiedendole di compilare la constatazione amichevole, si può solo adottare l’approccio muscolare da sempre ripugnato.

Un problema non cambia pelle, finchè non riesci a guardarlo negli occhi. Sta a te rovesciarti i connotati, se serve a procacciarti il coraggio necessario.

34, e sentirli tutti, a ritroso, fino al primo

Un altro compleanno è arrivato, e, se è vero che le mie mani non riescono a contenere conquiste e scoperte degli ultimi 12 mesi, ora che capisco la lingua dei miei fantasmi capita che mi senta completamente disarmata e sopraffatta davanti a loro.

Ho imparato a disinnescare alcune nevrosi, ho accettato il mio essere imperfetta e bisognosa di aiuto, ho realizzato che rischio di ripercorrere passi sbagliati altrui, eppure la tana dei rimpianti sembra sempre più un pozzo di San Patrizio. Come le buche scavate in spiaggia, che a un certo punto crollavano su sè stesse solo per rivelare ulteriori profondità. Cerchi concentrici del pensiero tossico.

Non mi rasssegno all’insoddisfacenza dei miei giorni. Sembra un controsenso, chè ho appena detto di aver guadagnato tanto nell’ultimo anno. Eppure, è stato l’inizio a fregarmi. È sempre così, quando ti ritrovi non posizionata ai blocchi di partenza come gli altri, ma dieci passi indietro, e gravata da una zavorra di cinque chili legata al piede.

Potrei riparare anche questo difetto, ma corro il rischio che qualcos’altro, per contrappeso, si guasti.

Sono in grado di accettarlo? Riesco a godermi il cammino a dispetto di questo, o addirittura farne il mio punto di forza?

Stanca di chiedermelo, vorrei potermi stupire con i fatti.

Berliner Schnauze

Mi accorgo che sto sovraccaricando i nervi quando perfino le cose più stupide e irrilevanti mi innervosiscono tremendamente.
L’umore ha dei cicli ben precisi, come la luna, che si ripropongono periodicamente, e questi si sovrappongono alle stagioni attraversate. Oggi se n’è conclusa un’altra, monopolizzata da sensi di colpa, pretese vertiginose e anestesia dei desideri.
Realizzare cosa sono in grado di fare è stato possibile solo arrivando al limite. Come a dire che, per capire cos’è il buonsenso, ho dovuto praticare l’eccesso ossessivo.
Ora che ho avuto il coraggio di rinunciare a quello che mi intossicava il respiro, ora che mi sono sbarazzata dei sacchi di pietre che mi portavo appresso, godermi la strada dipende solo da me. Vivere la libertà richiede un’inflessibile disciplina, e una coerenza perpendicolare perché non puoi più attribuire ad altri la maternità dei tuoi rimpianti.

Dove sono stata tutto questo tempo

Mesi depistati, in cui quello che credevo essere un desiderio si è rivelato, banalmente, niente più che uno dei (tanti) mezzi per raggiungerlo.

Affittare le mie responsabilità ad altri non ha reso meno pesanti le mie buste della spesa, e ha fatto andare in fumo un numero imprecisato di giorni.

Il sole fuori tempo massimo delle ultime settimane mi ha ricordato che ho mani non abbastanza grandi da disegnare per intero l’immagine che ho di me. Così, per non sentirmi inutile, ho deciso di concentrarmi sui dettagli. Curarne uno per volta può costruire quel senso che nell’insieme fatico a vedere.

Diffida degli psichiatri

Il cocktail sbagliato lo riconosci dal bicchiere.

Dovrebbe esistere un modo verbale destinato alle fantasie che, ancor prima di restare irrealizzate, neanche ti permetti di sognare.

Sai cos’è la litote, conosci i Chameleons – e ti piacciono pure – e sei malato di De Gregori. Ma tre indizi non fanno una prova.

Hai parlato di tenera inadeguatezza, e questa espressione è stata esatta come il taglio delle tue labbra. So già che se mi capiterà di ricordarlo, strada facendo, mi si spaccherà la pancia.

Errore di (soprav)valutazione

Trovo la gente davvero interessante, la maggior parte di questa ti lascia qualcosa, nel bene o nel male. Per questo posso arrivare a dire di nutrire nei suoi confronti una sorta di amore. A patto che non mi si avvicini al punto da risvegliare la mia claustrofobia.

Le mie asperità nascono dal bisogno di una terza via. Detesto dagli indifferenti, ma neanche chi tenta di costringermi a una simbiosi che puzza di morbosità riscuote simpatia.

Curiosità, empatia, ascolto, non stridono con l’esigenza di una giusta distanza. Al contrario, si può dire che une implichino l’altra.

I confini, con tutte le loro gradazioni di permeabilità, scongiurano l’indistinguibile.

Perché dovrei smussare i miei spigoli?

Basta una birra giapponese per veder svaporare l’ottimismo apollineo. L’euforica convinzione che, dopotutto, anche la mia vita possa esprimere una qualche armonia, come per la trama sottostante di un puzzle.

Nel frattempo, le mie energie sono impegnate a fare sangue amaro. Il motivo? È che non ho ancora capito se la fatica avara di risultati che mi trascino dipende dall’aver perso un qualche tassello fondamentale, o dalla mancata comprensione della scena da ricostruire.

Carne sprecata. Un mattoncino delle costruzioni venuto fuori irripetibile, per un qualche errore di fabbricazione. Così mi avverto.