L’insonnia è il sicario che hai assoldato tu stessa

Ho annusato la tua distanza già mentre la apparecchiavi.

Avrei potuto disegnarne i contorni con il pensiero, quando ancora era “solo” malinconia in potenza. Una crudele premonizione, forse. Come la nausea che ciclicamente viene a farmi visita quando è tempo di buttare i vecchi vestiti, comodi ma consunti, per azzardarne di nuovi.

Insieme a te si dissolverà anche la me che stavo partorendo?

I frutti della primavera si preparavano ancor prima della tua apparizione di meteora. Eppure ho paura che, quando mi alzerò domattina, le mie mani saranno vuote. Mi angoscia pensare che la delusione possa inaridirle.

Condividermi con te ha scatenato pienezza, appagamento e fame allo stesso tempo. A chi donare tutto questo, oggi? Se la risposta fosse “nessuno”, avrei ancora pazienza e voglia di coltivarmi?

Non chiederti. Fai. Rivolgo a me stessa questa preghiera laica. Non posso nient’altro, stanotte.

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Cose che rendono meno interminabile un conto alla rovescia

La pacatezza insita nel sabato mattina.

Il piacere di un caffè al ginseng, che senti in ogni fibra del tuo essere.

La precisione con cui tua madre prepara il pacco  da mandarti, direttamente proporzionale al suo affetto.

Il quanto basta esistenziale che sottrae alla compulsione.

Immaginare la mattina in cui uscivi da casa per raggiungere l’aeroporto. Destinazione: il Paese che possiede il codice della tua anima.

Aspettando l’autunno

Sono giorni quieti, pacati. Giorni che non rimbombano, come stanze vuote, delle mie ossessioni.

Avevo dimenticato (o forse, mai conosciuto) la placidità del vivere le ore senza che i pensieri si attorciglino su se stessi.

Quando riflettere degrada in continuo rimuginare, la mente finisce per essere un pozzo di San Patrizio.

Mi godo il magico tepore di questo momento, in cui i pensieri nascono per farsi azione, e butto nell’immondizia le immagini tossiche prima che imputridiscano.

Voglio un’anima pulita e fresca, come casa appena rassettata.

La serenità è la felicità delle mezze stagioni.

Mandami una carezza da Tel Aviv

Vorrei avere qualcosa a cui affezionarmi. Un gesto, un’idea, la tua mano che tormenta i ricci cercando il bandolo della matassa.
Quando ti ho conosciuto ero così affezionata alle mie nevrosi da non accorgermi che eri a petto nudo. A volte però il grottesco delle cose è come una scialuppa di salvataggio.
Tra le ciglia t’è rimasta impigliata l’impronta del bambino che eri. Non l’ho conosciuto, ma forse so con quale sguardo osservava il mondo. Giurerei che è lo stesso che oggi riservi alle persone con cui parli. Quello di chi si riserva sempre almeno un attimo di stupore.

Punk Ipa

Ogni volta che perdo un anello, so che sta per succedere qualcosa. È una specie di temporale estivo che avverto solo io. I tuoni cominciano a ribollire nella pancia, l’umore diventa nero liquirizia e gli ombrelloni dei finti sorrisi si chiudono a tempo di record.

“Ci vediamo una sera di queste?”.

“Perché no. Venerdì vado a sentire un gruppo che suona. Se vi va potete venire”.

Un lombrico si  convince di essere un leone quando vuole che due donne si contendano il suo squallore. Non avevi messo in conto l’abbandono di campo di una delle contendenti, però.

Mentre la musica mi ricorda chi sono, a ogni sorso di birra che bevo, rimpicciolisci un po’. Leone, maiale, topo, scarafaggio, fino a riprendere le tue dimensioni. Quelle di un lombrico.

Nel pubblico c’è un’altra ragazza sola. Per un attimo mi sento meno straniera nella mia umiliazione. Forse anche lei sta smaltendo il pentimento di chi, inciampando in un lombrico, con grazia gli concede di sopravvivere, anziché schiacciarlo.

Arriva un ragazzo carino, sembra un amico del gruppo. Me lo ritrovo seduto difronte, ma sono così arrabbiata che non riesco neanche a guardarlo. Ha qualcosa che mi attrae, nell’insieme, però mi perdo per strada tutti i dettagli, ora che il veleno ha saturato l’aria.

Stasera sono Cenerentola. Mi maledico nel momento stesso in cui esco dal locale. Più spietata di una donna respinta è solo quella che realizza di aver presentato Emidio Clementi a uno che legge Andrea De Carlo.

Proud to be a loser

Quello che dici è sempre intonato. Le parole che scegli sono sempre ben abbinate alle mie. I colori convivono abbastanza pacificamente. Non fanno a cazzotti, insomma. Eppure, non si amalgamano.

Mescolarsi è un’altra cosa.

La simbiosi non fa per me. Ma neppure il cerebralismo da motore ingolfato, penso.

Edulcorare, bilanciare, dissimulare non sono mai stati il forte. Qualcuno però mi ha accusata di trattare le parole con il bilancino, e allora è evidente che (mi) sono imbottigliata in un gorgo di suggestioni. Urge decongestione.

Chè se felicità è la domanda, non sono più sicura che la coerenza coatta sia la risposta.

PROUD TO BE A LOSER

Tiburtina blues

Ci siamo baciati, e il tuo profumo mi è sceso fin dentro lo stomaco. Vorrei poter dire che è un buon segno, ma le coincidenze sono come certe brutte canzoni anni Ottanta. Devo smettere di aggrapparmici quando la malinconia straripa.

Disadorne. Hai definito così le parole di Emidio Clementi. E lo stupore più grande non è stato vedere quest’aggettivo bistrattato sulle labbra di un tedesco. Lo è stato il fatto che io avevo scelto la stessa parola. Ma tu non potevi saperlo. Né io te l’ho detto.

Chi scrive con efficacia sa bene che l’aggettivo deve essere l’amante del sostantivo e non già la moglie legittima, perché tra le parole ci vogliono legami passeggeri e non un matrimonio.

(Alphonse Daudet)