Gli insondabili abissi che conosce solo chi ha perso un figlio

Parlò dolcemente a quelle che erano sveglie, calmandole, facendo loro coraggio, mentre con una matita ne scolpiva i corpi, le ginocchia strette e le mani intrecciate sui ventri gonfi, rivivendo il viaggio verso la maternità cui lui non aveva mai assistito. I loro occhi erano pieni di compassione per i figli in attesa nel grembo, bambini che stavano per conoscere un mondo di crudeltà e pregiudizio.

[…]
Egon ebbe un conato di vomito quando la porta [dell’obitorio, ndr] si chiuse alle sue spalle. Prese un fazzoletto dalla tasca, se lo legò dietro le orecchie e aprì il suo blocco, disegnando qualsiasi cosa trovava prima che il puzzo diventasse insopportabile. Si spostava da tavolo a tavolo, alzando le lenzuola sui cadaveri non più grossi di fagiani spennati, registrandone le fattezze sulla carta, corpi rigidi sospesi nel tempo e nello spazio, bloccati in mezzo al foglio. Allargò le barriere dell’anatomia, dilatando le loro teste, disseminandole di capelli da adulto, gli occhi inghiottiti da orbite infiammate, le gengive blu, la pelle punteggiata di viola, neri e rossi a contrastare il grigio della carne indurita. I loro ventri erano anche più gonfi di quelli delle signore gravide al piano di sopra; gli ombelichi privati del cordone ombelicale, erano come ferite aperte, mentre gli organi sessuali tumefatti andavano a posizionarsi su uno degli assi principali del foglio. Nel giro di qualche minuto si era messo a trattare i nati morti dell’obitorio allo stesso modo dei neonati della clinica soprastante; scolpiva gli uni e gli altri come omuncoli avvizziti, gli occhi infossati dentro visi ammaccati, i corpi tinti di rosso e nero.

“I colori primari di Dio” mormorò sottovoce mentre il guardiano appariva sulla porta.

(Passaggi tratti da Il pornografo di Vienna, biografia di Egon Schiele scritta da Lewis Crofts. A seguire, alcuni quadri del pittore austriaco ispirati al tema della maternità. Le tele si trovano presso il Leopold Museum di Vienna)

Annunci

Bernauer Straße

Un pezzo di Berlino che porta ancora le cicatrici di quello che è stato, una periferia che non dimentica ciò che ha vissuto, perchè essere al confine tra due mondi comporta oneri e onori.

Per una felice coincidenza, proprio qui mi ha intercettata e intervistata una piccola scolaresca tedesca, il seme della meticcia Germania che verrà. Il tema su cui stanno lavorando è il miracolo, così mi hanno chiesto di raccontarne uno che ho vissuto. Poi mi hanno regalato una stella colorata e personalizzata da uno di loro. Sulla faccia posteriore un messaggio/augurio: “ein neues tolles Wunderbar” (un nuovo, fantastico miracolo).

Non poteva esserci posto migliore per un imprevisto come questo. E ho pure trovato un amuleto per iniziare il nuovo anno.

2ls50201

La tristezza è un video anni Ottanta

Da giorni c’era in sottofondo qualcosa che non riuscivo ad afferrare del tutto. Qualcosa a cui non riuscivo a dare un nome, e che cominciava a essere seccante. Un po’ come portare le scarpe con il tacco per più di un’ora. Mi sentivo leggermente fuori posto e fuori fase, ma in modo diverso dal passato. Poi, da qualche parte ho letto una cosa, e m’è parso di aver trovato finalmente onesta di questa malinconia taciturna.

Tristezza e infelicità non sempre sono gemelle siamesi. A volte sono parenti, ma solo alla lontana.

Non m’è mai piaciuto farmi dettare il tempo da altri. Però a volte la concentrazione non è sufficiente a seguire il mio ritmo insonorizzando tutto il resto. E allora la determinazione è difficile da mettere insieme, come trovare un pacco di Fruit Joy quando sono ostaggio della sindrome premestruale.

Ma poi, neanche la concentrazione è sufficiente.

Solo la rassegnazione scioglie il sangue e prepara stelle buone.

Giochiamo a fare gli specchi?

Col tempo ho imparato che la gente vive a una velocità maggiore della vita stessa, che è vittima della fretta, che non vuole sorprese né particolari, che si limita ai fatti. Sarebbe interessante sapere dove va. Dubito che lo sappia, e se lo sa ignora la futilità dei fatti, dei bisogni appagati e delle conquiste ottenute. Correre a più non posso le basta e non ha paura di definirsi realista. Mi sarebbe piaciuto essere così, ma non ho mai nutrito interesse per i fatti o per i cibi sottovuoto. Non voglio essere reale. La realtà – riesco ancora a percepirla – è lugubre, inespressiva e trascurata come una tomba senza nome. Per me essere veloce o lento fa lo stesso, il mio ritmo ideale è quello dettato dai particolari, ecco perché le mie storie non sono uniformi, saltano, si accavallano e sono piene di righe.

(tratto da Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio, di Efraim Medina Reyes)