Santa Morina. Nome e cognome

“I miei figli vengono a trovarmi. E penso che sono loro che stanno pagando di più per quello che è successo, perché a volte sono costretti ad aspettare fuori dal carcere, prima di vedermi”.

Una manciata di parole capace di condensare l’essenza di Santa, e lo scopo che ha dato senso a tutta la sua vita. Farsi carico di tutto quello che c’è di sgradevole, perché le persone care possano viaggiare leggere.
Un amore genitoriale spinto al sacrificio estremo, quello più innaturale, con cui mai nessuna madre o padre dovrebbero fare i conti. Subire violenze di ogni tipo senza chiedere aiuto ai propri figli, ed anzi tenendoli a distanza. Morire ogni giorno un po’, nella speranza di salvare parti di sé che sono, al tempo stesso, vite altre.

Fino al Momento. Quello che, nella banalità di azioni e parole ripetute chissà quante altre volte, ha già in sé un bivio conclusivo. Me o lui?

La voce sottile di Santa racconta 23 anni di “vita” senza inciampare nelle lacrime. Una compostezza di forma che è anche sostanza: c’è dentro la dignità del lavoro, l’etica della responsabilità, e una buona dose di quel fatalismo che probabilmente le è stato indispensabile per sopravvivere. Non urla né gesticola, mentre descrive un matrimonio in cui la donna non aveva neppure il diritto di essere chiamata per nome: niura (nera) era il massimo a cui poteva aspirare.


I doveri da assolvere, in compenso, non si contavano.
Essere malmenata dal marito, e fare di tutto per dissimulare lividi e bernoccoli. Facilitata, in questo, dall’accortezza con cui questo sceglieva le parti del corpo da percuotere.
Consegnargli regolarmente lo stipendio (mentre lui metteva i suoi, di risparmi, al calduccio in banca, “così se lei muore, trovo un’altra che mi prende”).
Subire qualunque sua perversione. Comprese quelle riguardanti altre specie viventi, “il giorno in cui non potrò più avere rapporti sessuali”.

Perché non lo denunci? (La risposta più sincera e importante è quella taciuta) .
Portare una persona al grado zero della condizione umana e fare ogni giorno qualcosa per consolidare l’annientamento raggiunto. Dacci oggi il nostro abbrutimento quotidiano fino a renderlo normale.

Le pieghe degli occhi perennemente all’ingiù. I capelli lunghi, la ricrescita bianca di svariati centimetri, il corpo infagottato in una tuta. È la stessa Santa conosciuta dalle colleghe, quella con i capelli corti e curati, che indossa sempre gli orecchini regalati dai figli (?)

Tutti sapevano (Ma il morto c’è scappato lo stesso, il 5 gennaio 2002)

Olio caldo, un’accetta…e, in un’aula di tribunale, i ruoli si invertono.

Gli occhi di Santa, però, non rinunciano al verde. Sono densi come mollica.
Il suo viso riesce ancora a dischiudersi in un accenno di sorriso, quando si gira verso il suo avvocato dopo la lettura della sentenza che la condanna ad undici anni.
Le sue mani non si sono fermate. Dietro le sbarre hanno continuato a sferruzzare.
Gli anni di carcere alla fine diventano quattordici. Santa incassa, e sconta. Di nuovo.
Nel 2013 le vengono concessi i domiciliari. Di più non è dato sapere, affidandosi a Internet. E forse è giusto così. Santa merita una vita finalmente improntata ad una riservatezza serena, dopo decenni di silenzio figlio del terrore.

Eppure non riesco a smettere di chiedermi se si è ripresa almeno un po’ di tutti gli abbracci che le sono stati negati per 60 anni. Sorride? Riesce a concedersi ogni tanto risata sincera, senza pensieri? Permette a sé stessa di godere delle premure altrui?

Come singoli e come collettività possiamo fare qualcosa per evitare che altre Santa, in futuro, vivano una doppia prigione? Che perdano la libertà nel tentativo, estremo e disperato, di salvare la pelle? Mi angoscia il pensiero che forse non esiste una risposta univoca, un’equazione collaudata e replicabile all’infinito, per rompere la maledizione delle tragedie annunciate.

Sottrazione > igiene > concentrazione

È un Natale a bassa definizione, quello che sta per arrivare. Poche luci e ancor meno addobbi; sparute e guardinghe presenze, per strada, nella periferia di un piccolo capoluogo di provincia del profondo Sud. Potrebbero essere scene tratte da un film girato poco dopo avvento del colore. E invece.

Il silenzio colpisce gli edifici in pietra leccese come un guizzo di luce, risaltandone l’appariscenza involontaria.
Quella che conquista il turista ed il suo immaginario vergine dagli abbacinanti contrasti.
(Ma soprattutto) quella che seduce, ancora ed ancora, i nativi nomadi come me.

Tutto è prossimità. Bastano due piedi impazienti di macinare chilometri.

Basta saper fare a meno dell’abbondanza debordante, sempre al limite dello sconfinamento nel superfluo. Basta avere il coraggio di sperimentare nuovi sapori. L’indolenza autocompiaciuta. La libertà di stare a guardare. Niente e nessuno da inseguire o con cui dover competere. Incontrare il tempo all’incrocio tra due vicoli del centro storico, prenderlo sotto braccio, e portarlo a fare colazione con caffè e pasticciotto.

Ogni volto, strada, negozio (ancora aperto o, inesorabilmente, chiuso) dialoga con la memoria. E ha sempre qualcosa di interessante da dirle. Poco importa che appartenga al già vissuto (una volta), o all’immaginato.

Da quando sono arrivata, l’ispirazione e l’aspirazione a essere migliore non mi hanno abbandonata.

Quanto dura la gravidanza del cambiamento?
Non lo so. Ma certamente può essere costellata da un carosello di sbalzi d’umore, proprio come la gravidanza che precede la nascita di un bambino. E ad accomunare i due tipi di gestazione, c’è anche la consapevolezza che dovrai prenderti cura di ciò che partorirai, se vuoi farlo fiorire.

Giocando a un’altra vita

Manca poco ad un nuovo trasloco, e immaginare scatoloni da preparare, librerie e scarpiere da svuotare e trasportare, mi fa sentire esausta. Saprò scegliere cosa tenere e cosa dare via? Poi però mi accorgo che le cose a cui sono più affezionata non sono fisicamente con me, e mi scappa un sorriso. Non importa quanto siano distanti. Resteranno per sempre il mio zaino, il mio fischietto ed i miei cesti porta enfant.

Lo zaino Invicta rosa e nero fu il regalo di mia madre per il quarto ginnasio. Nonostante il passare degli anni, la sua vocazione si è mantenuta inalterata. Essere riempito finchè le sue cuciture quasi esplodono. Prima a scuola, e dopo vent’anni, ad ogni ripartenza da Lecce, mia città natale, in direzione di Roma: nello zaino stipavo una robusta scorta di ti voglio bene non detti ma tradotti in cibo da mamma e dalle zie: cicorie selvatiche, pasta fatta in casa, taralli, pucce, e l’immancabile Caffè Quarta.
L’ultima volta che ho usato lo zaino è stato a febbraio di quest’anno. Nei nove mesi successivi sono tornata in Puglia solo in un’occasione. Durante le ferie estive. E sul treno per Roma sono salita con una valigia nuova di zecca piena di gel igienizzante, boccette di alcol denaturato, e mascherine di ogni tipo. Chirurgiche, FFP2, e di stoffa. Anche l’amore si è dovuto adeguare al Coronavirus. Per sopravvivere, ha dovuto convertirsi a manifestazioni asettiche. Letteralmente.

Il fischietto di plastica arancione era invece contenuto in un piccolo uovo che ricevetti per Pasqua del 2006. Non avrei mai immaginato che da lì a qualche settimana mi sarebbe servito perché sarei diventata capostazione. A maggio mi laureai, e contestualmente trovai un lavoro temporaneo come babysitter. Il mio bambino si chiamava Emanuele, e adorava i treni. Ne aveva tantissimi: quelli monoblocco, moderni e incredibilmente aerodinamici, i treni-merci, le locomotive…quando giocavamo, sceglieva, di volta in volta, quale far partire, ed io decidevo destinazione e fermate intermedie. I nomi che inventavo lo facevano ridere moltissimo. “E’ in partenza dal binario due il treno per Sgargagnate”. Poi fischiavo. Emanuele mi chiedeva di ripetere il nome della città, e dovevo pensarne subito un altro, avendo dimenticato il precedente. E mentre il trenino si metteva in movimento, fantasticavo su Sgargagnate. Era in montagna o sul mare? Che facevano le persone che ci vivevano? Erano felici? Come suonava il loro dialetto?

I porta enfant, invece, sono stati gli artefici dell’armistizio tra la propensione all’accumulo di Enrico, il mio fidanzato, ed il mio bisogno di esemplificazione e libertà. Nonostante lui sia abbonato a tre quotidiani, ne legge al massimo uno per intero, sfoglia il secondo, ed il terzo resta intonso. Lo scorso anno arrivò il punto di non ritorno: la casa era disseminata di pile di carta. Pur lamentandosi di questi invadenti coinquilini però, non faceva nulla per contrastarli. L’impossibilità fisica di muovermi mi metteva a disagio: dovevo trovare una soluzione concreta al problema. L’illuminazione arrivò durante una domenica mattina a Porta Portese.

Ero sola. Vidi due ceste porta enfant in paglia in vendita a pochi euro, e, impulsivamente, le comprai. Pur sapendo che non rientravano nell’arredamento razionale e modernista preferito da Enrico. Qualche giorno dopo gli feci un inaspettato regalo: l’edizione deluxe dell’ultimo album di uno dei suoi gruppi preferiti. Tra un bicchiere di vino e l’altro, toccò a me, fare una richiesta. La mattina dopo lo avrei aiutato a mettere mano ai giornali, e sceglierne al massimo una quindicina da conservare; dopo pranzo mi avrebbe dovuta lasciare un’oretta da sola in casa.

Mi ci volle un po’ per trovare una collocazione discreta ma non invisibile per le ceste porta-giornali, anche perché l’ansia da prestazione era tanta. Quando Enrico rientrò, dopo una rapida occhiata sorridente al salone alleggerito, notò subito le nuove arrivate. “Lo sai che non avrei mai comprato una cosa del genere. E che se me lo avessi detto in anticipo non te le avrei fatte portare qui. Eppure non sono male, quindi possono restare”. Stavolta fu lui a spiazzarmi.

Heim(Fern)weh

La polipetta Francesca è stesa a prendere il sole su uno scoglio. Non vorrebbe staccarsi dal calore di questo giorno di novembre: l’estate dei morti ovatta tutto, ed i raggi del sole, che ad agosto sono mani da cui si sente strangolata, adesso la accarezzano. La curiosità di guardarsi allo specchio, comunque, vince sulla pigrizia, quindi si sporge verso il mare. L’immagine per qualche secondo è solo una macchia indistinta di colori. Verde, giallo, rosso.

Gradualmente prende forma un volto. È quello di una 37enne abbronzata, con i capelli sciolti, un po’ gonfi, ed un filo di matita sugli occhi. Il luogo intorno a lei si definisce ed anima. Volti, piatti (pieni) che vanno, e piatti (vuoti o quasi) che vengono riportati indietro. Il proprietario del Bejthe Ethiopian Restaurant, sua moglie e le cameriere si danno un gran daffare per accontentare tutti; Francesca, immersa nell’attesa, non ha fretta. Anche se sono quasi le dieci di sera, non è mai stata prima in questa parte di Berlino, e secondo Google Maps serviranno 45 minuti per tornare al suo AirB&B. Nel pomeriggio ha anche tentato di usarlo come pretesto per convincere se stessa a non andarci, ma è stato dopo aver letto il messaggio di Davide. Quando è salita sull’U-Bahn per raggiungere la sua cena, ha disattivato le notifiche del cellulare.

Al suo tavolo arriva prima la birra dell’injera. Mentre la beve, si sofferma su ogni dettaglio dell’ambiente. Voci, profumi, vestiti. Ha preso posto in fondo alla sala, leggermente discosta dalla lunga tavolata alla sua destra, dove adesso troneggia una torta, che una giovane coppia mista è in procinto di tagliare. Di tanto in tanto Francesca volge lo sguardo a sinistra, dove c’è il bancone con liquori e macchina per il caffè: sfiorare la felicità altrui serve a ricordarle che lei e le sue ossessioni non sono il centro del mondo. Però mai rischiare di violare o invadere la felicità che le scorre accanto, fosse anche “solo” con un’occhiata di troppo.

Respira profondamente, socchiude gli occhi, le labbra prendono la forma del sorriso tipico di quando ha un colpo di fulmine per una birra. Un sorriso senza memoria, in cui sfumano i contorni tra le emozioni. Piacere, mancanza, calma, frustrazione. Tutto merita un po’ di clemenza, adesso. Ma solo perché ne è fuori.

La borsa è appesa ad un gancio alle sue spalle. E ora oscilla un po’, sfiorandole la schiena. Che sia il cellulare? Eppure ricorda di aver disattivato le notifiche. O forse ha semplicemente inserito la modalità silenzioso, selezionando inavvertitamente la vibrazione? Si volta. Affonda la mano. Il telefono è un’anguilla che sguscia sotto le sue dita, e dopo aver poggiato l’orecchio sulla borsa, si rende conto che sta anche suonando. Plin ploooon.

Francesca allunga una mano sul comodino. 7.30. E’ la prima delle quattro sveglie incaricate di buttarla giù dal letto. Più velocemente la mette a tacere, più probabilità ha di guadagnarsi l’ingresso immediato in bagno, e una colazione a base di silenzio, e biscotti inzuppati nel caffè.

Via libera.

Resta in piedi al centro della cucina mentre la tazzina fumante alita sulla sua bocca. La finestra è aperta: il quartiere si rimette in moto lentamente. Mattine come questa sono l’unico momento in cui si sente al sicuro, quando è a casa, o meglio nell’appartamento in cui ha preso una stanza in affitto.

“Hai fatto un ottimo lavoro, ma…”
“Anch’io ti amo, ma…”
“Ti capisco, amica mia, ma…”

La vita è fuori: impone a Francesca un sacco di limiti, rende il suo passo svelto, e le mani precise e operose. Aumenta l’appetito, e le informazioni di cui fare tesoro. Poi torna a “casa”, e incespica, nel tentativo di non essere vista, il prurito al palmo delle mani è tale, che la costringe a grattarle fino a farle sanguinare; rilegge la stessa frase dieci volte senza capire nulla.

“Se non puoi uscire dal tunnel, arredalo”: chi l’ha detto era un campione di pragmatismo, o un aspirante maestro di vita con intenzioni truffaldine?

A ciascuno la sua corona

Tutto è relativo.

Anche ciò che comunica un water con la tavoletta alzata, ed istoriata con ghirigori di urina, e peli di varia lunghezza e provenienza.

Quale che sia il messaggio recepito da chi guarda, però, una è la certezza. Non c’è niente di subliminale. È tanto diretto quanto coercitivo. In ogni senso. Visivo, olfattivo…e tattile: perfino i più fedeli amanti del rischio, difficilmente oserebbero il contatto diretto con questa superficie. In casi del genere l’essere umano benedice l’esistenza dei guanti di lattice monouso fedeli compagni di lockdown.

Caterina serra la bocca. Per reprimere un conato di vomito, e per evitare che la voce sfugga al suo controllo, e, in autonomia, esprima coloriti pensieri che stazionano nel cervello ormai da un po’.
Esce dal bagno grande, dirigendosi verso quello piccolo. Fino a qualche giorno fa avrebbe indossato due guanti, uno sopra l’altro, e avrebbe usato l’asciugamano di uno dei suoi coinquilini a mo’ di presina. Avrebbe tirato su tavoletta e coperchio, per poi lasciarli cadere verso il basso. Il frastuono conseguente sarebbe stato il parziale, ma agognato, risarcimento A quel punto avrebbe aperto il water e fatto quel che doveva. Oggi no. Non dopo che la guerra fredda casalinga a base di ostilità dissimulate da un misto di indifferenza e indolenza è arrivata al culmine.

E poter dire l’ultima parola, o meglio, compiere l’ultimo gesto, su quella tavoletta è diventata una prova di forza.

O forse lo è sempre stata. Caterina però non aveva messo in conto che il muscolo azionato dall’aggressività repressa fosse una molla pronta a esplodere, schiacciando il muscolo che non voleva piegarsi alla tirannia dell’istrione. Il tutto coronato dall’utile silenzio di chi si volta dall’altra parte. Sottrarsi alla legge del branco è una folle fantasia da punire esemplarmente.

Abbastanza intelligente da alzare i tacchi

Il senso di inadeguatezza, come qualunque sintomo, non ha una causa univoca.
Questa considerazione, per quanto possa apparire banale in virtù del suo alto coefficiente di intuitività, si è palesata a me con la forza di un’epifania.

Per quasi 40 anni, ogni volta che in me si accendeva la lampadina del “che ci faccio qui? Terra apriti e risucchiami. Ora”, mi dicevo che era colpa mia. Non ero abbastanza per il contesto in cui avevo tentato di inserirmi, e la spinta respingente che ne era seguita aveva determinato un’(auto)espulsione pressoché inevitabile. Un organo trapiantato in un corpo che non lo riconosceva, e quindi metteva in atto ogni meccanismo possibile per difendere la proprio integrità.

Lo studio del tedesco, un corso di scrittura, o un nuovo gruppo di conoscenze. Puntuale, perpetuavo un circolo vizioso. Partivo animata da sogni di grandezza (che fortunatamente mi guardavo bene dal comunicare ad anima viva), e questi già dopo la prima, breve, esposizione alla realtà, si disintegravano. Le schegge tagliuzzavano ogni parte del mio corpo. Dolore e insofferenza prendevano il sopravvento, e la fuga a rotta di collo diventava un imperativo categorico. La teoria del “mai abbastanza” era sempre più vorace. Famelica, usava ogni possibile appiglio, anche il più blando, per fabbricare le dimostrazioni di cui nutrirsi. Cannibalesca.

Ho abbandonato fin troppo precipitosamente persone e, cosa ancor più grave, passioni e progetti che, a prescindere dall’esito che (non) avrebbero avuto, mi avrebbero comunque nutrita con cura paragonabile ad una madre.
Negli ultimi mesi, però, l’esigenza creativa, nell’accezione più ampia del termine, è diventata impossibile da silenziare. Forse anche perché ancora non ho capito se voglio/vorrò – e posso/potrò – farlo nel senso letterale. Così ho deciso che potevo – forse – tentare nuovamente di coltivare i miei interessi in un gruppo. Il bisogno di trovare ascolto, e chissà magari anche aiuto, all’improvviso ha sovrastato anche uno dei miei timori inconfessabili. Scoprire, dopo aver vinto l’impulso a fuggire, che gli sguardi altrui mi trovavano EFFETTIVAMENTE trasparente o, al contrario, sgradevole, come sospettavo d’essere.

E ce l’ho fatta. Sono riuscita a condividere cose mie con perfetti estranei, a dissimulare la vergogna di essermi esposta, e perfino a tollerare la frustrazione scaturita da un commento in cui la pars destruens è decisamente preponderante.

Avevo vinto, credevo.

Ma subito dopo mi si è parato davanti uno scoglio ancora più appuntito.

Il narcisismo e l’autoreferenzialità altrui. Anch’essi cannibaleschi, ma con l’aggravante della briglia sciolta e dell’autocompiacimento insistito.

Di nuovo inadeguatezza. Stavolta sintomo di qualcos’altro. È l’ambiente circostante che non mi dà il nutrimento giusto. È questo a non essere abbastanza (empatico, dialogante, libero da retorica) da apprezzarmi e farmi prosperare.

Allora sai che c’è? Che me ne vado comunque. Ma stavolta sono io a volerlo. Perché il mio tempo è prezioso, e sprecarne anche solo un granello sarebbe una colpa imperdonabile.

Tre cose di me

L’oggetto che da più tempo risiede nella mia borsa è un ombrello tascabile. Non lo lascio a casa mai, neanche quando a Roma, d’estate, l’afa è un macigno che schiaccia il petto. A spaventarmi non è la pioggia in sé, ma l’effetto che ha quando si poggia sui miei capelli. Esalta la loro natura crespa nel peggior modo possibile. Vedermi in disordine mi dà ansia. Mi rende insofferente.

Segue, per anzianità, un portamonete tondo di stoffa decorata con motivi floreali. Me l’ha comprato mia madre ad agosto del 2019, durante la festa patronale della mia città. Fuggivo da tutto quello che era comandato, dalle feste coatte, e dall’esaltazione gratuita della propria terra. Oggi invece provo a sopportare tutto questo con un pizzico di ironia e clemenza, quando è il pretesto per condividere tempo, sorrisi e vita con mia madre.

Infine la mia patente, conservata in una busta plastificata sotto un tappeto di fogli, separata dal borsellino. L’avevo rinnovata anni fa, ma per staccarla dalla lettera con cui mi era stata inviata, ed usarla, c’è voluto il lockdown. Rimettermi al volante mi è costato. Letteralmente, tra guide ed uso della Enjoy, e non solo. Le mie coronarie sono state messe duramente alla prova, ma oggi mi chiedo: “perché non l’ho fatto prima?”.

Definita (da una) sottrazione

Manca un pezzo.
Questo ormai è sicuro. Meno il da farsi.
Mettermi all’affannosa ricerca di qualcosa che mi completi? Farne una ragione di vita al limite dell’ossessione?
O entrare nell’ottica che, forse, non sono stata progettata per la completezza che immagino.
Ecco, appunto, in cosa consiste?
Riesco a definirla solo tornando al punto di partenza. Ciò di cui sento la mancanza. E ancora prima, quando mi azzanna il vuoto?

Quando torno a casa dopo essere stata dal mio fidanzato. I primi passi fuori dalla metro sono quasi precipitosi, perché il silenzio mi viene incontro, e mi punge con mille aghi.
Il pezzo mancante sono le voci che non troverò ad aspettarmi dopo aver aperto la porta di casa.
La cucina buia e una cena da dover inventare per l’ennesima volta.
Mangiare dalle pentole in cui ho cucinato, e nessuno a chiedermi com’è andata la giornata.
Il sole domenicale che inonda la casa, e non poter condividere con chi amo la quiete sonnolenta dell’ora di pranzo.

Finchè un giorno lo faccio. Mi sento pronta.
Vado incontro al vuoto nutriente del luminoso tepore di fine autunno. Sto in silenzio. Sopporto l’ansia dei pensieri che come cavalloni si susseguono. Il vento si placa e, per la prima volta, accetto di guardare negli occhi la mia manchevolezza.

La collisione di due ragioni

Il dolore è egualitario e non dà preavviso.
Come amianto può intossicare mortalmente chi gli è esposto. È un tumore ma anche un virus, si diffonde per contatto. Crudele beffa che la fonte del contagio sia spesso una persona amata, inconsapevole di quello che sta facendo. Evacuare il nero pece creando le premesse per la sua replicazione.
Il dolore è ferita prodotta dallo scontro tra due ragioni, nel senso di punti di vista, che il più delle volte sono sedicenti ragioni, intese come fondate prese di posizione.
Le due ragioni, come rette, in un futuro più o meno remoto potrebbero incontrarsi, e per questo il dolore è cicatrizzabile e rimarginabile, ma indelebile. Come nascita, amore e morte.
Ringrazio Believe di Parnia Kazemipour, perché a costringermi a riflettere sul doppiofondo che ogni dolore nasconde sono stati gli abissi voraci spalancati dagli occhi e dai silenzi dei suoi protagonisti.

Sei perfetta? Mi dispiace per te

Il lock-down di primavera ha avuto un merito imprevisto. Sospingermi con naturalezza, praticamente senza rendermene conto, a sbarazzarmi dei rami secchi che rubavano spazio prezioso, necessario a presenze nutrienti, capaci di pungolarmi. Ho smesso perciò di frequentare un’eterogenea fauna camuffata troppo a lungo sotto le rassicuranti spoglie amicali. Vampiri emotivi, fan(atiche) di filosofie orientali utili a giustificare uno sfrenato egoismo, campioni di vittimismo e superomismo (primati sfoderati a seconda della convenienza del momento).
Questa rinnovata igiene emotiva ha prodotto un effetto collaterale: l’abbassamento drastico e repentino della mia soglia di sopportazione dello smanioso bisogno di primeggiare da parte di insospettabili. Vale a dire, persone che fino a qualche mese fa stimavo al punto da ritenere veri e propri esempi.
Di colpo, quella che sembrava un’assertività meritata, fondata e anche giusta da sbandierare, è diventata un motivetto ascoltato in radio così tante volte, da provocare un fastidio fisico che rasenta la nausea.
Così, una collega che ammiravo per la sua permanente capacità di sorridere, la pacatezza pragmatica e la sintesi felice tra maternità, matrimonio e realizzazione professionale si è trasformata davanti ai miei occhi. Ormai è fin troppo facile prevedere cosa sta per dire, sia in una conversazione di cui è parte attiva, che quando si inserisce in uno scambio di battute tra altri.
L’argomento è la dieta? Lei non si è mai sottoposta ad alcuna restrizione o privazione, e ciononostante indossa la stessa taglia di vent’anni fa, quando ancora non era nato il primo dei tre figli.
Il desiderio all’interno della coppia? Lei non ha mai avvertito alcun calo di interesse da parte del marito. Anzi, lui non fa che ripeterle: “non ci penso proprio a guardare le altre, voglio solo te”.
Snocciolare ulteriori esempi significherebbe solo sottoporre anche chi legge al misto di tedio e sonnolenza che ogni volta devo reprimere io, con fatica. Il punto è che, ad un certo punto, tutto ciò che percepivo come espressione spontanea, forse addirittura involontaria e inconsapevole, dei punti di forza di questa collega, a cui non lesinavo rassicurazioni e complimenti sinceri, ha assunto le sembianze di un mostruoso amplificatore di insicurezze e senso di inadeguatezza. La dimostrazione plastica del fatto che avevo sbagliato tutto, come donna e persona. La mia colpa? Non aver conosciuto l’uomo della mia vita a 15 anni, non avere gli occhi verdi ed una cascata di ricci, e soprattutto essere nata in una famiglia altamente disfunzionale.
Quest’anno, però, mi ha costretta ad imparare a silenziare il mondo intorno, per ascoltare ed ascoltarmi. Scavando scavando, hanno cominciato ad affiorare reperti di vario genere, tra cui alcuni tesori. La consapevolezza che so godere del tempo anche quando lo spendo da sola per un pranzo, un film, o “semplicemente” una passeggiata. Ma soprattutto, la mia allergia alla simmetria esistenziale, alla completezza da ricercare (ed ostentare) ossessivamente in ossequio alle convenzioni.

Ho qualche chilo di troppo, e la bilancia punisce inflessibile ogni mio sgarro. Non ho figli, non sono sposata e con il mio fidanzato, attualmente, non si parla neppure di convivenza, nonostante un amore lungo qualche anno. La mia vita è un cantiere pieno di impalcature e lavori in corso, discontinui e rumorosi.

Rispettarsi non ha prezzo.
Ma farlo ha un costo altissimo: spremere fino all’ultima goccia ciascuno dei propri pregi, affinchè la condizione di cane sciolto non diventi una condanna, né l’inferno in terra, ma un’appassionante caccia al tesoro.