Sei perfetta? Mi dispiace per te

Il lock-down di primavera ha avuto un merito imprevisto. Sospingermi con naturalezza, praticamente senza rendermene conto, a sbarazzarmi dei rami secchi che rubavano spazio prezioso, necessario a presenze nutrienti, capaci di pungolarmi. Ho smesso perciò di frequentare un’eterogenea fauna camuffata troppo a lungo sotto le rassicuranti spoglie amicali. Vampiri emotivi, fan(atiche) di filosofie orientali utili a giustificare uno sfrenato egoismo, campioni di vittimismo e superomismo (primati sfoderati a seconda della convenienza del momento).
Questa rinnovata igiene emotiva ha prodotto un effetto collaterale: l’abbassamento drastico e repentino della mia soglia di sopportazione dello smanioso bisogno di primeggiare da parte di insospettabili. Vale a dire, persone che fino a qualche mese fa stimavo al punto da ritenere veri e propri esempi.
Di colpo, quella che sembrava un’assertività meritata, fondata e anche giusta da sbandierare, è diventata un motivetto ascoltato in radio così tante volte, da provocare un fastidio fisico che rasenta la nausea.
Così, una collega che ammiravo per la sua permanente capacità di sorridere, la pacatezza pragmatica e la sintesi felice tra maternità, matrimonio e realizzazione professionale si è trasformata davanti ai miei occhi. Ormai è fin troppo facile prevedere cosa sta per dire, sia in una conversazione di cui è parte attiva, che quando si inserisce in uno scambio di battute tra altri.
L’argomento è la dieta? Lei non si è mai sottoposta ad alcuna restrizione o privazione, e ciononostante indossa la stessa taglia di vent’anni fa, quando ancora non era nato il primo dei tre figli.
Il desiderio all’interno della coppia? Lei non ha mai avvertito alcun calo di interesse da parte del marito. Anzi, lui non fa che ripeterle: “non ci penso proprio a guardare le altre, voglio solo te”.
Snocciolare ulteriori esempi significherebbe solo sottoporre anche chi legge al misto di tedio e sonnolenza che ogni volta devo reprimere io, con fatica. Il punto è che, ad un certo punto, tutto ciò che percepivo come espressione spontanea, forse addirittura involontaria e inconsapevole, dei punti di forza di questa collega, a cui non lesinavo rassicurazioni e complimenti sinceri, ha assunto le sembianze di un mostruoso amplificatore di insicurezze e senso di inadeguatezza. La dimostrazione plastica del fatto che avevo sbagliato tutto, come donna e persona. La mia colpa? Non aver conosciuto l’uomo della mia vita a 15 anni, non avere gli occhi verdi ed una cascata di ricci, e soprattutto essere nata in una famiglia altamente disfunzionale.
Quest’anno, però, mi ha costretta ad imparare a silenziare il mondo intorno, per ascoltare ed ascoltarmi. Scavando scavando, hanno cominciato ad affiorare reperti di vario genere, tra cui alcuni tesori. La consapevolezza che so godere del tempo anche quando lo spendo da sola per un pranzo, un film, o “semplicemente” una passeggiata. Ma soprattutto, la mia allergia alla simmetria esistenziale, alla completezza da ricercare (ed ostentare) ossessivamente in ossequio alle convenzioni.

Ho qualche chilo di troppo, e la bilancia punisce inflessibile ogni mio sgarro. Non ho figli, non sono sposata e con il mio fidanzato, attualmente, non si parla neppure di convivenza, nonostante un amore lungo qualche anno. La mia vita è un cantiere pieno di impalcature e lavori in corso, discontinui e rumorosi.

Rispettarsi non ha prezzo.
Ma farlo ha un costo altissimo: spremere fino all’ultima goccia ciascuno dei propri pregi, affinchè la condizione di cane sciolto non diventi una condanna, né l’inferno in terra, ma un’appassionante caccia al tesoro.

Auscultare la vertigine

La primavera può arrivare anche in autunno inoltrato, se si ha il coraggio di guardare la propria immagine riflessa in uno specchio chiamato vuoto.

La vera libertà è quella del cielo. Solo lui riesce – costantemente – a parlare attraverso un silenzio che appare vuoto, ma non lo è.

Tutt’al più lo si potrebbe definire un vuoto fertile, perchè è stata la peculiare, unica, combinazione dei suoi elementi costitutivi a rendere possibile la vita sulla Terra.

La leggerezza è impegnativa perchè non è immediato nè indolore decidere da cosa separarsi, prima di (ri) mettersi in cammino.

Le nuove emergenze hanno bisogno di spazio per svilupparsi in altezza, e, ancora prima, di terra concimata e dissodata per mettere radici.

Se me lo dicevi prima (cit)

La tempesta in un cranio

Un’espressione così evocativa e compatta avrei voluto coniarla io. E invece, con una certa invidia, ho scoperto che ci era arrivato già qualcun altro, “appena” un secolo fa. Per la precisione Carlo Campogalliani, che scelse questa immagine come titolo per un suo film muto a cui sono approdata del tutto casualmente grazie allo streaming del Festival del Cinema Muto di Pordenone.
Esiste qualcuno che nella vita non si sia MAI sentito ostaggio di una tempesta in atto nella propria scatola cranica? Esiste qualcuno che possa onestamente dirsi immune all’impotenza figlia della convinzione (o forse ossessione?) che qualcosa al di fuori del proprio controllo tiri le fila dei suoi giorni?
Eppure, si scatena la tempesta nel cranio anche quando pretendiamo di incoronare la volontà o il caso a monarca assoluto della nostra e/o dell’altrui vita. L’inferno nasce dall’impossibilità di piegare la realtà alla nostra tesi preconfezionata, e di costringere, come un fiume, il futuro nelle dighe fabbricate con i nostri assiomi.
E se vi aspettate che Carlo Campogalliani abbia raccontato tutto questo attingendo alla tradizione horror e gotica, vuol dire che non avete mai ascoltato questa canzone di Enzo Jannacci.

Il tempo è la bugiarda risposta ad una domanda sbagliata

“Se non puoi uscire dal tunnel, almeno arredalo”.


Credo che questa frase sia particolarmente calzante per il momento che stiamo vivendo. La nostra libertà di muoverci, interagire con gli altri e condividere il tempo libero, le feste e gli eventi culturali è stata ampiamente ridimensionata. Sostituendo abitudini e piccoli/grandi “riti” con altri nuovi, il cui spazio, spesso è circoscritto alla nostra casa, o addirittura alla nostra stanza.
Andare al cinema era, fino a febbraio, uno dei miei riti. Adocchiare un film, fare una cernita delle sale in cui lo proiettavano, fino a individuare la combinazione migliore tra luogo/giorno e orario. I trailer dei film di prossima uscita prima dell’inizio della proiezione, l’odore dei pop-corn (altrui), e la chiacchierata con fidanzato e/o amici una volta usciti. O, in caso di visione solitaria, riflessioni, rimuginii ed emozioni ad accompagnarmi al rientro a casa.
La mia routine cinematografica, oggi, è scandita dal silenzio e dall’assenza di odori. Guardo i film a casa mia, in camera o in cucina, o dal mio fidanzato, comunque sempre prima o dopo aver mangiato. A volte, eventi esterni o l’ora tarda mi costringono a interrompere la visione per riprenderla in un momento più propizio. Non mi ero mai resa conto di quanta concentrazione ed energie mentali servissero, per guardarne uno per interno, e sì che io sono da sempre stata tacciata di amare e scegliere sempre pellicole “pesanti” e poco spensierate. Ho preso consapevolezza di questo solo quando lo streaming è passato da episodico diversivo ad abitudine quotidiana.
Uno degli ultimi film – in ordine di tempo – vittima di questa visione frammentata è stato Chronology, scoperto spulciando il programma dei vari festival del cinema seguiti da Mymovies.


Ripercorrere emozioni e suggestioni innescate da questo film non è semplice, perché mi sono ripromessa di non anticipare gli elementi più succulenti della trama né tantomeno il finale, ma voglio provarci anche per tenere traccia di aver avuto la fortuna di imbattermi in questa visione.


Chronology ruota intorno alla relazione di una giovane coppia turca della borghesia medio-alta; Hakan e Nihal condividono un progetto di vita, ma forse non le intenzioni retrostanti. E quando le luci si accendono, all’improvviso, sul retroscena esistenziale di uno dei due, il tentativo di illuminarlo per intero innesca un’escalation di eventi incontrollabili. Due ore durante le quali, scena dopo scena, il respiro (di chi guarda) si fa sempre più teso e angusto, eppure staccare gli occhi è impossibile. E il culmine di questo masochistico piacere è la stilettata che il regista custodisce per il finale.


Così, ti ritrovi ad andare a dormire con qualche inquietudine e interrogativo in più. Costretta a ridefinire mentalmente i confini di concetti come libertà, egoismo e realtà. È possibile, in concreto, una modernità o una emancipazione a tutto tondo, senza asperità o zone d’ombra? E la coerenza e l’integrità morale senza crepe né tentennamenti? Forse la soluzione non è provare ad annientare questo tarlo, ma accettare di doverci convivere.

Vite in cella (seconda parte)

(clicca qui per la prima parte)

Era una sera di maggio come questa quando rovesciai su Daniela tutta la mia angoscia. Per l’ennesima volta mi aveva chiesto di costituirmi; era stanca di vivere come un fantasma in una gabbia dorata. “Lo sai che rischio l’ergastolo, se confesso quello che ho fatto negli ultimi quindici anni? Sempre di morte si tratta, solo che Mimmo, almeno, ha sofferto per poco. Se finisco in carcere che futuro avremo? Quale famiglia costruiremo?”.

“Tanto per cominciare, chi decide di collaborare ha un trattamento privilegiato. Poi possiamo permetterci i migliori avvocati, e se a questo aggiungi la buona condotta, la riduzione della pena e magari anche la libertà condizionale sono quasi una certezza. Io sono disposta a congelare i miei ovuli e aspettarti, perché voglio che mio figlio abbia un padre libero, di cui non si deve vergognare”. I semi di una nuova vita che, come ogni donna, Daniela portava in se, sarebbero finiti in cella, come me. Con la differenza, rilevante, che la mia condanna sarebbe stata giustificata.

Quella sera Daniela mi era sembrata pazza. Ero furioso perché sospettavo che stesse preparando già da un po’ quella proposta, per poi tirarla fuori quando sarei stato più vulnerabile. Forse però, semplicemente, aveva colto l’insoddisfazione profonda per la vita che facevo. Aveva pensato ad un’alternativa al futuro annunciato, fatto di caos e dolore.

Sono passati tredici anni da quella sera. Io ho 50 anni e Daniela poco meno di 40. Nel frattempo in carcere mi sono diplomato e laureato. Ero pieno di dubbi e angosce quando mi hanno dato la possibilità di lavorare come grafico, ma poi il confronto con gli altri, fuori, mi ha ridato speranza. Per i colleghi della cooperativa non ero l’ergastolano, ma Alessio, il tifoso dell’Atalanta a cui piaceva leggere poesie. Il respiro si è fatto un po’ meno pesante, da quando ho capito che forse sarebbe potuta iniziare una nuova stagione.

Il venti aprile ho presentato domanda per la libertà condizionale. Il dieci maggio il direttore del carcere mi ha detto che la risposta del tribunale sarebbe arrivata a breve. Da quel momento alterno impazienza e sconforto. Che cosa decideranno i giudici? Se uscirò non so quanto ci vorrà per sentirmi a mio agio nella quotidianità. Non so se io e Daniela ritroveremo la complicità e l’intimità dei primi tempi. E neppure se li utilizzeremo davvero, quelli ovuli.

Basta la libertà per essere felici? Forse no, perché comprenderne il valore è ancora più importante. E dopo che hai rischiato di perderla per sempre, goderne e proteggerla al tempo stesso diventa naturale. Come fa un genitore con suo figlio, credo.

Vite in cella

“Finale di campionato ricca di suspence per il Frosinone. La squadra ha battuto il Bari tre a zero. Nel frattempo Chievo e Crotone, dirette concorrenti per la promozione in A, hanno perso, e la squadra ciociara ha inaspettatamente guadagnato un posto nella massima serie”.
Spengo la TV, ma questo non mi impedisce di pensare ad Antonio. Sarebbe stato contento di sapere che la sua squadra era tornata in A. Nell’ultimo anno il Frosinone lo aveva fatto soffrire parecchio: ad una partita vinta ne seguivano almeno tre perse o pareggiate. Quando ci incontravamo durante l’ora d’aria ripeteva sempre che ero fortunato, perché l’Atalanta era più costante nei risultati. Sono quasi due mesi che lui non c’è più. Morire d’infarto a 52 anni, pochi giorni prima di ottenere un permesso per il compleanno della figlia. C’è un senso a tutto questo?
No, non c’è. Neanche il male che ho fatto aveva senso. Come sarebbero oggi quelli che ho ucciso? Durante i primi anni in carcere, quasi ogni notte li rivedevo in sogno. Camminavano compatti verso di me; i corpi apparivano integri ma, pian piano, dietro di loro si formavano rivoli di sangue. Come un’ombra di morte. Al risveglio mi mancava il fiato e mi pulsavano le tempie.
Perché Antonio non ce l’ha fatta, ed io invece sono ancora qui? Senza neanche rendermene conto comincio a camminare in tondo. Questa cella ha assistito a tutti i miei cambi d’umore, alle notti insonni, e ai tentativi di evadere attraverso la lettura. Chi lo avrebbe immaginato, quando avevo 20 anni e lavoravo in tipografia? Gli amici mi prendevano in giro: dicevano che ero così stupido, che potevo capire solo le foto contenute nei libri. A me però quello che facevo piaceva, perché a fine giornata restava traccia della sveglia all’alba, della fatica, perfino del cibo, che era sempre poco e ancor meno saporito. Quando tornavo a casa la sera, esisteva qualcosa che 24 ore prima non c’era. Per me il lavoro è un modo per creare qualcosa che mi sopravviva. In fondo vorremmo tutti essere ricordati dopo la morte, o no?
Mi fermo. Riaccendo la TV. Provo a distrarmi. Cambio canale continuamente perché non c’è nulla di interessante. Fino a quando mi trovo davanti a quella che potrebbe essere la scena di un film. Una donna che assomiglia a Daniela guarda negli occhi un uomo, dopo qualche istante di silenzio gli dice: “Felicità significa accontentarsi delle piccole cose, ma dopo che sei stata al luna park una, due, tre volte, è difficile restare con i piedi per terra”.
Il battito del cuore accelera. Quella donna sta parlando di me. Ricomincio a camminare in tondo. Se non fosse stato per Domenico, non avrei mai conosciuto la Milano da bere. Non mi mancava niente quando vivevo nella bassa. Avevo un lavoro, il sabato uscivo con gli amici, e la domenica andavo allo stadio per seguire l’Atalanta. Poi però Mimmo mi disse che “ce l’aveva fatta”, e che ci sarei riuscito anch’io. Bastava affidarsi a don Carmine. Come un nonno mi diede tutto quello che desideravo a 20 anni. Soldi, donne e droga. In cambio si prese la mia libertà. Era lui a organizzare le mie giornate, a decidere chi dovevo eliminare, come e quando. Non tornerà più la spensieratezza acerba di quell’età.
Forse non è stato un caso aver incontrato Daniela poco dopo la morte di don Carmine. Il figlio Gaetano non mi era mai piaciuto, ma se non mi fossi innamorato di lei, sarei andato avanti per chissà quanto, e avrei fatto la fine di Domenico.

(continua)

Finestre (seconda parte)

(Clicca qui per leggere la prima parte)

Avevo scelto di fare la cam girl per distrarmi dalla noia e dalla frustrazione del rapporto con Sergio. Compensare il contatto senza desiderio con uno spazio in cui vivere la sensualità come un gioco, e godermi gli sguardi altrui senza alcun coinvolgimento. Né fisico né emotivo. Ottimi guadagni, nessun rischio di malattie, gravidanze o sentimenti.

Stasera però ho avuto un orgasmo davanti ai clienti, e ora conoscono qualcosa che mi identifica, che mi rivela. Questo dà loro potere, anche se non hanno mai visto la mia faccia.  

 “E’ stata una bellissima serata. Avete visto che mi sono fatta perdonare? Adesso però devo staccare. Alla prossima belli”. Un’altra prima volta: un saluto brusco e senza convenevoli ai clienti. Volevo nascondermi dietro a una risata, come faccio di solito per prendere le distanze senza dare nell’occhio. La voce però mi è uscita tesa e incrinata.

Chiudo tutte le finestre di chat, e indosso di nuovo la vestaglia: mi sento meglio; voglio mettere in stand-by la vita lì dentro, almeno finché non decido cosa fare di Missy.

Poco dopo la mia attenzione è colpita da qualcosa che succede al di là di una finestra fisica. Quella della mia stanza. “Cosa hai da guardare, ragazzo?”. Vorrei chiederglielo così, a brutto muso. Spesso, con la coda dell’occhio, noto questo tipo fermo al centro della sua cucina mentre mi fissa, accarezzandosi la barba o grattandosi il naso. Mi sono convinta che sia un universitario fuorisede, forse perché indossa sempre jeans e magliette lise, e intorno a lui si muovono altri due vestiti allo stesso modo.

Il palazzo in cui vivo dista pochi metri da quello che si trova sul lato opposto della strada; lui sta al secondo piano, come me. Oggi ho abbassato fino a terra la serranda, come sempre quando lavoro, ma questo non basta a evitare gli sguardi indesiderati, perché, quando è accesa la luce, chi è fuori vede praticamente tutto. Come avere degli intrusi in casa.

Ricambio il suo sguardo, per la prima volta.

Si passa una mano tra i capelli, e raddrizza le spalle. Decido di alzare la serranda e affacciarmi.

Non riesco a frenare l’impulso di mordermi le labbra. Cosa devo fare? Cosa si aspetta lui da me?

“Ciao. Mi piace un sacco la musica che ascolti, sai?”.  Si è affacciato al balcone della cucina; la sua voce è calda e scura.

“Ah sì?” Secondo me ha detto la prima cosa che gli è venuta in mente, sperando di fare colpo. “Chi ti ha fatto scoprire quei gruppi?”.

“Mio padre. Aveva 20 anni quando Robert Smith cantava Boys don’t cry”.

“Almeno non sei diventato un fanatico della trap come gli altri ragazzi”. Nonostante la poca distanza tra il suo palazzo ed il mio, le parole che diciamo arrivano affievolite. Siamo costretti ad alzare la voce, la comunicazione è ridotta al minimo.

“Lo prendo come un complimento, grazie”. Ridacchia.

“Cioè? Spiegati meglio”. Aggrotto le sopracciglia.

“Quasi mai le cose sono come appaiono. No?”. Ammicca.

“Ti piace anche giocare con le parole, eh?”. Dove vuole andare a parare? Sa del mio lavoro casalingo?

“Chissà. Sei sorpresa?”

“Forse sono solo brava a mischiare le carte”.

“Questo è sicuro. La mattina tailleur e occhiali da segretaria, e la sera…”

Mi si azzera la salivazione. Ci siamo incontrati da qualche parte e non lo ricordo?

“Non te l’aspettavi, eh”. Poi rilancia. “Potremmo continuare la conversazione davanti a una birra. Ti va?”

Stavolta è la vita che gioca con me. La realtà può infettare, come un virus. Sono pronta ad accettare il rischio di contagio?

Finestre

Quanto è noiosa la realtà, penso mentre mi preparo per il lavoro. La normalità atrofizza il desiderio. Rompere gli schemi è l’unica salvezza. Ascolto i Cure, e immagino il viso di Robert Smith dipinto di bianco, le labbra accese di rossetto, gli occhi cerchiati di nero. Sento il seno gonfiarsi, gli occhi, le fossette e la bocca dischiudersi in un sorriso sfuggente. Il primo a notarlo fu Sergio, durante una serata dedicata ai migliori gruppi inglesi degli anni Ottanta e Novanta. Come mai mi aveva accompagnata? Il suo orizzonte musicale non è mai andato oltre Vasco Rossi e Ligabue…

L’episodio risale a nove anni fa, quando la nostra storia era all’inizio. Mi sembrò che quasi gli dispiacesse vedere la sua fidanzata dedicarsi anima e corpo a qualcosa che non fosse economia aziendale e diritto commerciale. Gli piacevo perché ero una studentessa universitaria discretamente brava. Carina quel tanto che bastava a evitargli sia le crudeli frecciatine degli amici, che il rischio di essere lasciato per qualcuno di più interessante e interessato.

Adesso però Sergio non è qui, ed io ballo come se non ci fosse nulla, a parte Robert Smith che mi guida come un pifferaio. Non esiste né un prima né un dopo, ma anche se fosse, non mi interesserebbero. Quando apro questa finestra sono arbitro e giocatrice al tempo stesso: la sfida è rendere il vetro invisibile. Come un’attrice che interpreta un’illusionista.

“Ciao belli, siete contenti che sono tornata? Avete sentito la mia mancanza?”. Stasera ho tre clienti. Neanche tra i peggiori, a dire il vero, ma già non vedo l’ora di finire.

“Ti piace farti desiderare, eh Missy?”

“Dopo l’ultima volta mi hai fatto schizzare tre volte mentre mi facevo le seghe, sai?”

“Dove sei stata? Lo hai lasciato quel coglione del tuo fidanzato?”

“Non parliamo di cose noiose. Ho una sorpresa per voi”

Sfilo lentamente la vestaglia, che scivola sul letto. Ho sempre coperto i miei fianchi taglia 46 con strategici baby doll neri. Stavolta ho scelto un completo rosso rubino, anche se avevo paura che a loro non piacesse. Poi però ho pensato che se non posso concedermi un po’ di adrenalina almeno qui, tanto vale accontentarsi della vita da fidanzata part-time con Sergio.

“Mmm…per colpa tua diventerò cieco”

“Me lo hai fatto diventare duro, Missy”

“Vorrei strapparti gli slip e incularti”

Ai Cure seguono i Pulp. È il momento di This is Hardcore, che da sempre riesce a farmi bagnare anche quando sono sola, e senza masturbarmi. Non ricordavo di aver inserito questo brano nella playlist che uso con i clienti. Mentre ballo comincio a giocherellare con i capelli. Mi sfioro il seno, la pancia, e poi infilo una mano tra le gambe. La voce di Jarvis Cocker, il suo sguardo che gocciola copioso sensualità, anche se qualcosa sembra annoiarlo.

La fantasia procede spedita, fino a pescare dagli abissi della memoria il viso di Alberto, il sorriso malinconico e la fossetta sul mento che me lo avevano reso, istintivamente, simpatico. Perché, dopo mesi, mentre lavoro, mi è tornato in mente qualcuno che appartiene alla vita reale, ma con cui non c’è stato nulla?

Non ho neanche il tempo di provare a rispondere mentalmente. Una fiammata mi esplode tra le gambe, e risale prepotente fino all’ombelico. I gemiti escono dalla mia bocca senza poterli controllare. È la prima volta che succede mentre sono con i clienti. Una cam girl non deve mostrare il viso, indosso una maschera, ma ho paura che non basti a coprire questo misto di piacere e vergogna.

Alla chat di gruppo si sovrappongono le finestre dei messaggi privati che tutti e tre mi inviano freneticamente. Il suono metallico delle notifiche è un disco rotto.

Fame d’aria. Voglia di scappare. Di dire finalmente quello che penso di loro. Ma che cazzo volete, bavosi di merda? Fuori da qui non vi permetterei neanche un bacio. Fanculo ai vostri soldi.

(continua)

 

 

Autoindulgenza d’autunno

Non dimenticherò facilmente il mio onomastico di quest’anno. Non lo festeggiavo dal 2002, perché mio nonno Francesco, a cui devo il mio nome, morì proprio il 4 ottobre.

Mi sono svegliata prima del solito: quando ho aperto gli occhi, il mio orologio segnava le sei e mezzo. Sono uscita sul balcone, e mi sono lasciata abbracciare dall’aria fresca e dal silenzio, e sono stata tentata di non muovermi da lì per tutta la giornata. Poi però mi sono detta che nessun attimo, neppure quelli di quieta felicità, sono infiniti, e comunque da lì a qualche ora sarebbero arrivati il sole bruciante ed i frastuoni più diversi, perciò mi sono messa all’opera.

Ho preparato la moka e mentre era sul fuoco ho approfittato della penombra della cucina per mettere a fuoco la giornata che avevo davanti. Una giornata, stavolta, solo mia. Quindici ore in cui concedermi il lusso di chiudere il mondo fuori. Una giornata foglio bianco, ed io pronta a vivere il qui ed ora.

Ho silenziato il cellulare, fatto la doccia, e poi colazione. Caffè tiepido, una mela, e biscotti alla vaniglia.

Sono uscita da casa poco prima delle nove. All’inizio, mentre camminavo avevo l’affanno, ed un paio di volte sono stata sul punto di cadere, dopo essere inciampata. Mi succede spesso, in un giorno normale. Poi, gradualmente, la mia andatura è rallentata fino a distendersi. Oggi non c’è nessun impegno a cui rischio di arrivare in ritardo, mi sono detta. I polmoni si riempivano d’aria, e gli occhi di persone, strade e colori visti centinaia di volte, ma mai guardati.

I piedi hanno ipnotizzato la mia mente, e prima che potessi accorgermene, mi sono ritrovata sul lungomare a fissare la distesa d’acqua davanti a me. Intorno, coppie di vecchietti che passeggiavano, persone che facevano jogging, e macchine incolonnate al semaforo. È un giorno qualunque, per il mondo. Un giorno lavorativo. Io invece sono in ferie, e ho deciso di restare in città, nella mia città. Bari. Anzi, ho chiesto un giorno libero proprio per questo.

Ho mangiato il panino con il polpo seduta sui gradini di un palazzo come un’adolescente in gita. Ho camminato per i vicoli del centro storico immersi nella pennichella del pomeriggio, e riso per le canzoni neomelodiche sparate a tutto volume subito dopo, quasi ad annunciare il risveglio. Ho cercato refrigerio nell’acqua fresca delle fontane, e ogni volta sudore, stanchezza e insofferenza sono diventati, per un attimo, granelli di sabbia. Incapaci di inceppare l’ingranaggio della mia libertà.

Quando ho aperto la porta di casa mi sono sentita ripulita da quintali di polvere, pur avendo estremo bisogno di fare una doccia. Non mi farò più appesantire così, ho pensato, ed il mio proposito era a portata di mano. Così, per non farlo sfuggire di nuovo, ho deciso di invitarlo a cena. Ho improvvisato una pasta con zucchine, melanzane ed olive, ma le prime erano insapori, e le terze un concentrato di sale. Così, per farmi perdonare da lui, gli ho offerto un bicchiere di banco. Lui sembra aver gradito.

L’ossessione come arma di distrazione di massa

“Ciaooo, raggio di sole. Ti sono mancato questo fine settimana?”.

Carlo entra in ufficio spalancando le braccia verso Paola. Il sorriso che scopre i denti, i capelli arruffati, e la voce nasale di chi si ha tutta l’aria essersi alzato un quarto d’ora prima.

“Buongiorno! Hai fatto le ore piccole ieri, e hai dimenticato di pettinarti?”. Le punzecchiature di Paola, quasi 20 anni più grande di lui, sono sempre accompagnate da un’occhiata che, ne è convinta, pur durando una manciata di secondi, rivela senza margine di errore le condizioni psico-fisiche del neo-trentenne. E’ sufficiente concentrarsi sul dettaglio che, di volta in volta, prevale sull’insieme: la voce, l’abbigliamento, o l’odore di fumo che avvolge Carlo, scortandolo fino alla scrivania.

“Ieri sera ho finito tardi in palestra, per fortuna è aperta anche la domenica. Tornato a casa sono crollato sul letto senza neanche cenare, e stamattina non ho sentito la sveglia. Comunque, anche se ho ripreso a fare sport solo da una settimana, sono già dimagrito un po’”. Fa l’occhiolino a Paola.

Ore 9,05. Prima di sedersi, Carlo poggia a terra lo zainetto con l’indispensabile per affrontare la giornata. Il contenitore di plastica con il pranzo, un saggio di filosofia, una bottiglia d’acqua da due litri, il pacchetto di sigarette appena comprato, gli integratori di vitamine, ed un flacone di ansiolitici. Li tira fuori uno ad uno e li allinea simmetricamente ai lati dello schermo del computer. Ripete l’operazione con l’accendino ed il cellulare, dopo averli estratti dalle tasche dei jeans. I rinforzi sono schierati. Può iniziare a lavorare.

Mentre controlla le email arrivate negli ultimi due giorni, si chiede cosa stia facendo Simonetta; forse gli ha scritto un messaggio durante il tragitto verso l’ufficio?

Il primo incontro con lei risale ad un mese fa: si sono conosciuti alla festa di compleanno di Enrica, una collega; Carlo l’aveva notata subito. In mezz’ora di chiacchierata avevano toccato gli argomenti più disparati, soffermandosi sulle comuni passioni: film, musica, e viaggi; poi lei si era allontanata dicendo che doveva rispondere ad una telefonata di lavoro, ed era sparita. Sabato sera Carlo l’ha incrociata nel pub in cui, un calice di rosso dopo l’altro, trascorre gran parte delle serate in cui non va in palestra; si è sfilato dal gruppo di ragazzi appena conosciuti, e l’ha raggiunta al bancone, sforzandosi di ignorare la lievitante tachicardia. Simonetta non aveva fatto niente per nascondere di pensare a tutt’altro: si guardava intorno, fissava l’ingresso del locale, e controllava continuamente il cellulare. L’amica con cui – diceva – si era data appuntamento, le aveva scritto un quarto d’ora prima per avvisarla di aver parcheggiato a pochi minuti dal locale, ma ancora non si vedeva. Dopo uno scambio di battute breve e generico, prima di salutarsi Carlo le aveva proposto di scambiarsi i numeri, ma senza troppa convinzione. Lei aveva accettato, e lui era tornato in fretta dagli altri. Preferiva tenere per sé gli effetti collaterali di quell’incontro: sudore, rossore e tremore alle mani.

Dopo aver atteso addirittura quasi 20 ore, ieri sera le ha scritto. Si sono scambiati una decina di messaggi, e quasi subito la conversazione ha virato su alcuni argomenti a cui Carlo aveva puntato, invano, sin dal primo incontro; Simonetta stavolta ha acceso i riflettori sulla sua situazione sentimentale. E’ stata fidanzata per quattro anni con Giorgio, poi, sei mesi fa, è finita: ormai da tempo lui preferiva trascorrere le serate in casa cucinando o guardando serie tv, anziché “andare alla scoperta del mondo”, lei aveva usato proprio questa espressione; niente più cene da trenta persone, cinema, né concerti. Comunque convivono ancora, pur dormendo in camere diverse, precisa, e aggiunge che sta pensando di prendere una casa in affitto con due amiche. Carlo ha colto la palla al balzo per invitarla ad una serata jazz; lei lo ha ringraziato, riservandosi di rispondergli entro oggi, e Carlo, dalle 5 alle 7.45, ha guardato il cellulare più o meno ogni cinque minuti. Poi gli occhi avevano cominciato a bruciare e si era ripromesso di riposarli un quarto d’ora, invece li aveva riaperti alle 8.30. Era quasi saltato dal letto, e dopo un fulmineo passaggio in bagno, aveva inforcato lo scooter. Solo il fatto di abitare a pochi chilometri dall’ufficio gli aveva evitato di arrivare in ritardo.

9.45. Dopo aver caricato alcuni file sul sito dell’azienda per cui lavora, e aver aperto la versione desktop di WhatsApp per leggere in tempo reale eventuali messaggi, Carlo raggiunge la macchinetta del caffè; la scrivania di Enrica è a pochi metri. La sua caffeina, adesso, sono le informazioni su Simonetta.

Guarda Enrica mentre le si avvicina. Indossa un vestito color ocra a fascia, con il corpetto elasticizzato, è seduta di tre quarti, quasi accasciata sullo schienale. Una posizione, questa, che evidenzia la protuberanza del suo addome; Carlo ne aveva riso spesso con l’ex collega Piero, quando erano da soli, e ne aveva parlato anche con Emanuela, un’altra collega, fumando, sospirando e schiacciando nervosamente il mozzicone di sigaretta. Non si capacitava, diceva, di quanto fosse ingrassata in meno di sei mesi. Di quanto si fosse trascurata, e del fatto che sembrasse incinta.

Carlo afferra la poltroncina poggiata al muro, e si siede accanto a Enrica. “Sai che da quando stai con Riccardo sei più carina del solito? C’hai sempre un sorrisone stampato in faccia…dimmi un po’,dove ti ha portata questo fine settimana?”

“Ahaha”. Nonostante Carlo la fissi, Enrica non distoglie lo sguardo dallo schermo del suo pc, mentre gli risponde. “Non lo sai che il sole bacia i belli? E’ questo il mio unico segreto! Riccardo giovedì mi ha fatto una sorpresa: ha prenotato un attico in pieno centro a Firenze. L’avevo adocchiato su Internet meno di due settimane fa”.

“Eh, ma l’ho capito subito che è innamoratissimo, al tuo compleanno non aveva occhi che per te! A proposito…ricordi che quella sera ho conosciuto Simonetta? Beh, sabato l’ho rivista in un locale, le ho chiesto il numero, ieri ci siamo scritti per un bel po’ di ore, e l’ho invitata ad un concerto domani, ma non mi ha ancora dato una risposta. Secondo te è successo qualcosa? Non avrebbe motivo per dirmi di no, dato che con il suo ex ormai vivono da separati in casa…sei d’accordo?”

“Guarda, lei è fatta così. La incontri per caso, o durante serate con amici comuni, e promette di chiamarti il giorno dopo per organizzare un aperitivo. Poi il silenzio. Può durare anche mesi, eh. Ormai non ci faccio più caso. Non devi prenderla come una cosa personale”.

“Certo, capisco. Hai ragione…figurati”. La voce di Carlo diventa un sussurro. Abbassa gli occhi mentre incrocia le braccia sul petto. Come ha fatto centinaia di altre volte, guarda l’unghia del pollice sinistro. E’ rosa, non c’è niente di cui preoccuparsi, si ripete, ma non resiste alla tentazione di una, due, tre ulteriori occhiate. No, non è rosa, è bluastra. Potrebbe essere il sintomo di un infarto imminente, anche perché nel frattempo sono cominciati i crampi al braccio sinistro, e le fitte al petto.

“Vorrà dire che se non si farà più viva, sarà lei a rimetterci. Peccato”.  Sorride come se due elastici gli tirassero le guance verso le orecchie. Torna alla sua scrivania dopo aver bevuto in un unico sorso il caffè ormai freddo.

11.50. Carlo ha bisogno di uscire dall’ufficio, ma non può alzarsi dalla sedia. Gli gira la testa, e non riesce a controllare il tremore alle gambe. Manda un messaggio ad Emanuela, collega con cui condivide la scrivania (e un disturbo d’ansia focalizzato sull’ipocondria). A dividerli ci sono gli schermi dei loro computer. Le chiede un bicchiere d’acqua: è successo altre volte, quindi non sono necessarie ulteriori spiegazioni.

“Tieni Carlo”, dice sforzandosi di non essere sentita dagli altri. Gli dà una pacca sulla spalla e sposta la sedia accanto a lui.

Prima di bere, lui ci versa dentro una decina di gocce di ansiolitico. Dopo qualche minuto in silenzio, risponde. “Grazie, ora va meglio. Mi stavo spaventando, non riuscivo a capire cosa stava succedendo. A parte che mi sentivo malissimo”.

“Purtroppo, la paura si autoalimenta, ormai lo sappiamo. Ti accompagno fuori a prendere una boccata d’aria?”.

“Sì, buona idea, ma restami vicina perché non vorrei cadere”.

Si trattengono fuori per un’ora circa, durante la quale Carlo elenca tutte le situazioni degli ultimi 15 giorni in cui potrebbe esserci stato un preavviso dell’ipotetico, imminente, infarto. L’affanno nel salire le scale, il formicolio alla mano sinistra, il mal di stomaco dopo la pausa pranzo. Subito dopo, però, ridimensiona il perimetro di ciascuna di queste: era tornato stremato dalla palestra, stava pensando a qualcosa che avrebbe voluto evitare…e aveva mangiato troppo in fretta.  Emanuela tenta ripetutamente di spostare la conversazione sulle passioni che Carlo ha accantonato per la difficoltà di concentrarsi: il teatro, la cucina, la lettura. Per tutta risposta, dopo aver fatto cenno di sì con la testa, lui torna sempre sulla domanda che gli lampeggia in testa come la spia di serbatoio in riserva: sto per morire?

Poi si salutano. Lui va a pranzo, ed Emanuela a casa.

19.20. Carlo imbocca il corridoio del pronto soccorso di un ospedale dall’altra parte della città. Nel policlinico a pochi minuti di scooter da casa sua è già stato un paio di volte qualche mese fa, e per lo stesso motivo di oggi, diventando il bersaglio del sarcasmo di medici e infermieri. Ha iniziato così a praticare una sorta di turismo sanitario, dal terzo episodio di sospetto infarto, infatti, si è diretto verso ospedali distanti più di mezz’ora.

Bollato dal codice verde, si è seduto in disparte. Era convinto che, in virtù dell’orario, sarebbe riuscito a fare un elettrocardiogramma – e se fosse stato fortunato, “strappare” anche un ecocardiogramma – prima delle 21. Invece davanti a lui, in attesa, ci sono un (codice) arancione e tre codici azzurri. Senza contare la famiglia in codice rosso causa shock anafilattico arrivata pochi minuti fa.

Evita gli sguardi altrui fissando la porta del pronto soccorso che dà verso l’esterno, ma tenta di carpire bocconi di conversazione per scoprire cosa ha portato lì i suoi colleghi d’attesa, e soprattutto se la priorità da loro acquisita sia meritata. Una settantacinquenne con sospetta ulcera, una donna incinta con perdite frequenti, un uomo in sedia a rotelle, ed una bambina di circa due anni che soffre di stitichezza. Carlo è l’unico ad essere arrivato da solo, tutti gli altri sono in compagnia di figli, compagni, fidanzate, genitori.

Dopo circa un’ora, alle fitte ed al dolore al braccio sinistro si aggiungono la salivazione azzerata e la fame d’aria. Si alza di scatto, raggiunge l’accettazione attraversando il corridoio formicolante di lamenti, rumori  e odori, come se dovesse aprirsi un varco nella foresta a colpi di machete.

“Senta, io sto sempre peggio. Non posso aspettare ancora, devo entrare. Anzi, chiami in cardiologia, così vado direttamente in reparto. Faccio tutti gli accertamenti del caso, e mi tenete una notte in osservazione per sicurezza”.

“Signor Feroci, si rende conto della gravità dei casi intorno a lei? Se io e il collega le abbiamo dato il codice verde c’è un motivo. Cortesemente, ci lasci lavorare”. L’infermiera gli risponde senza tradire alcuna emozione, sposta gli occhi verso di lui, ma gli guarda attraverso.

“Sa che se mentre mi tiene qui ad aspettare, mi viene un infarto e crollo a terra, la responsabilità è sua? A questo punto devo chiederle di darmi il nome e cognome suo e del suo collega”. Il tono di Carlo sale repentinamente, la voce gli trema, le narici si dilatano.

“Tanto per cominciare, si dia una calmata. Non succederà, perché faccio questo lavoro da vent’anni e riconosco i veri sintomi di infarto. Comunque, se succederà, avrà il codice rosso che tanto desidera, e salterà la fila. Ma credo che a quel punto rimpiangerebbe il verde che le ho dato prima”. L’altro infermiere non riesce a trattenere una risata, poi fissa Carlo per qualche decina di secondi che gli sembrano minuti. Riconosce quello sguardo, ha perso il conto di quante volte l’ha già subito, l’unica differenza è che oggi vorrebbe rispondere con una gragnuola di pugni. Calcola rapidamente il rapporto costi/benefici che implicherebbe attuare la sua fantasia, e torna a sedersi.

21.00 Il formicolio si è esteso ai piedi ed alla mano destra, dopo essere rimasto venti minuti nella stessa posizione. Mani intrecciate, gomiti puntati sulle gambe e busto in avanti. Ha cominciato a fissare alternativamente i gruppi di persone intorno a lui, che non sono diminuiti perché nel frattempo è arrivato un altro codice rosso. Pensa di chiamare la sua psicoterapeuta, ma per farlo dovrebbe allontanarsi, e questo potrebbe azzerare il contachilometri dell’attesa. Decide di mandarle un messaggio. Scuote prima un piede e poi l’altro, ruota la mano destra, e prende il cellulare dalla tasca dei jeans.

Digita un breve resoconto della giornata, concludendo con una domanda sui provvedimenti da prendere nei confronti degli infermieri del pronto soccorso. Ha appena cliccato su Invia, quando sul display compare un messaggio.

“Ciao bello, oggi ho corso da una parte all’altra senza fermarmi. Mi ero dimenticata del tuo invito. Poi tornando a casa, ho visto il manifesto del concerto. Domani dovrei esserci, ma farò un po’ tardi. Dopo che paghi i biglietti, puoi lasciare il mio alla reception, così quando arrivo, entro subito, e ti raggiungo? Grazie, e buona serata. A domani”.