Would you kiss me a lot?

La prima volta che ci siamo visti eravamo in anticipo entrambi.

Nonostante i pochi tavoli di distanza, nessuno dei due si era accorto dell’altro. Con il senno di poi mi sono convinta che fosse il primo, inequivocabile, segno, della comica (cronica) distrazione che ci lega.

Goffi, maldestri, eppure ostaggio di aspettative troppo alte. Entrambi costantemente combattuti tra il richiamo delle profondità marine verdiazzurre, e la vertiginosa libertà delle aquile, tanto aristocratiche quanto  malintese.

Mi disorienta l’aroma di familiarità che emana tutta la tua persona. Ogni volta che scorgo un tratto che ci accomuna, la paura, figlia dell’impossibilità di spiegare razionalmente la faccenda, stronca sul nascere quella punta di compiacimento che in altri tempi mi sarei concessa senza rimorsi. Inibisce l’atavica tentazione a ricamare su ogni cosa bella in cui inciampo.

Ciononostante, mi urta il piglio investigativo con cui scagli le tue domande. Forse perché, senza saperlo (né, forse, volerlo) mi costringi a guardare allo specchio la dissennata fame di risposte e lo spasmodico bisogno di punti fermi che in passato mi hanno consegnata, mani e piedi legati,  all’ossessione.

Il genuino entusiasmo ti espone forse indifeso al mondo esterno, eppure ti abbandoni con gratitudine a ciò che ti appassiona. Un’infinita curiosità, energia che non ha bisogno di risparmiarsi perché si autoalimenta. Come l’eco di qualcosa che, pur lontano del tempo, permane incorrotto nella sua essenza, e chiaramente distinguibile.

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Eppure, il mio cuore è ancora giovane

 

La mia pancia ha il fiuto di un cane da tartufo, in caso di pericolo esterno.

Quando invece scegliere sta a me, e sono a un bivio, in procinto di sbagliare, preferisco disperdere l’attenzione su bersagli inesistenti, o comunque del tutto irrilevanti.

Insoddisfatta di come impiego tempo ed energie, continuo a trascinare i miei passi uno dopo l’altro. La sindrome premestruale peraltro non aiuta, quando c’è bisogno di uno sguardo capace di respiri ampi e profondi.

Manca una presenza entusiasta  e ficcante come te. Ciononostante, non posso affezionarmi alle tue domande, e neanche alla tua musica. Tenere a mente le tue braccia conserte durante il nostro primo incontro è indispensabile, per evitare un clamoroso deragliamento del desiderio. Per me sei un uomo, ma ai tuoi occhi io sono solo una persona.

Sono inciampata in te mentre mi preparavo a uscire dal bozzolo, ma devo lottare contro me stessa per ricordare che la causa e fonte del miracolo non sei tu. Le coincidenze a volte hanno il profumo della grazia laica, ma in pochi istanti la loro scia si dissolve, e addosso resta solo una spietata malinconia senza traiettoria.

Continuare a camminare anche se un frammento del mio pensiero è ancora legato a te. Vivere anche se, con la coda del’occhio, la mia pancia continua a guardarti. Fare tutto come se tu non ci fossi, perché è questa la realtà. Palpabile, scabrosa, ma incontrovertibile.

Ci vuole coraggio (o incoscienza) per sporcarsi le mani

Le parole sono vestiti. Raramente portano con sé l’eco di ciò che agita pancia e testa delle persone. Quasi sempre sono il frutto (avvelenato) di mode, buonismo e ipocrisia interessata, se non addirittura di infantili capricci.

Molti credono che effondere frasi caramellate e decorarle con sorrisi gratuiti li renderà migliori, candeggiando la coscienza dalle conseguenze di irragionevolezza e superficialità. Altri, che si nutrono di autoreferenzialità, abusano di parole che, al pari di una cravatta di seta o di un profumo costoso, camufferanno la loro inconsistenza rendendola quasi appetibile, in virtù dell’aura di esclusività. La verità, però, è che il letame resta tale anche ci spruzzi sopra un’intera boccetta di Chanel n.5.

A volte vorrei poter iniziare lo sciopero della parola, per non esser complice anch’io, nel mio piccolo, del gioco al massacro ai danni di pensieri, intenzioni e azioni. Invece, puntualmente l’ingenua testardaggine mi illude che, prestando ancor più cura e attenzione al modo in cui esprimo ciò che mi passa per la testa, scongiurerò un nuovo abbaglio.

Mi sento come una bambina che ha appena iniziato a camminare e, imperterrita, esplora il microcosmo circostante a dispetto delle cadute, delle sbucciature sulle ginocchia, e delle dita infilate nella presa della corrente. Niente riesce davvero a scoraggiarla, quasi come se, ogni volta, un’amnesia miracolosa cancellasse con una secchiata di vernice bianca il dolore fisico ancora fresco.

In entrambe i casi, l’insopprimibile vocazione a ricominciare è forse l’unico modo per esorcizzare il disordine delle cose di cui gli uomini sono responsabili.

L’egoismo in cerca della sua metà

La passione amorosa è fin dal principio incapace di accettare oggettivamente un altro, di interessarsi a lui – ma in essa ci interessiamo piuttosto quanto più profondamente possibile di noi stessi. La passione è solitudine moltiplicata per mille, ma una solitudine che, come contornata da mille specchi scintillanti, pare ampliare se stessa e diventare un mondo che tutto comprende. Tuttavia l’oggetto amato vi ha solo il ruolo di un pretesto stimolante: forse come un suono o un profumo, che ci sfiorano nel sonno, ci inducono a sognare.

[…]

L’amore erotico contiene così tutte le esagerazioni sia dell’egoismo che della benevolenza […] E come se nella nostra vita intima si producesse una sottile fessura attraverso la quale ci potessimo riversare, inebriati, su tutta l’esuberanza della vita fuori di noi, proprio mentre stiamo vivendo l’egoismo più appassionato.

(Lou Andreas Salomè)

(Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomè, 1897)

Un puntuale, camaleontico, inganno

Maggio sono le montagne russe su cui ti spingono a forza senza che tu abbia acquistato il biglietto.

Le prime ciliegie della stagione. Pur conoscendone il sapore di acqua amara, un cocciuto residuo di te spera ogni volta in un smentita.

Sei oltreoceano da un mese, ormai, e sembrava impossibile dovermi abituare ai silenziosi intervalli della tua voce. Un crudele paradosso l’assenza di quella sfrontata risata apparentemente così lontana dal cipiglio serioso dei tuoi occhi. Poi, inaspettato, è arrivato uno sguardo arioso e spensierato. Sarai anche un piatto che alletta per la sua ricercatezza, ma non c’è confronto con l’injera, nutriente com’è.

Un paio d’occhi genuinamente incuriositi dall’umanità, e appassionati delle sue più diverse manifestazioni. Dopodiché maggio ha ripreso il suo battito naturale. Incoerente ma torrenziale di vita.

L’eleganza sorniona di Paddy McAloon, il sorriso generoso di Ricky Ross, l’accorata energia di Guy Garvey, la sua urgenza espressiva.

Oggi la data segnata sul biglietto per Palermo non ha più alcuna importanza.

Il verde silenzio di un cavalluccio marino

Odio il fatto che solo ponendomi delle domande sparigli le carte del mio tavolo.

E non mi importa se il verbo hassen, dici, è particolarmente duro in tedesco, perché è proprio questo che intendo.

A che scopo mi destabilizzi? Che tu non te ne renda conto non fa differenza: non posso perdonartelo. Se avvelenamento deve essere, pretendo che sia reciproco.

Specchio, ponte, fonte di desiderio. Cosa sono per te? Ci sono punti interrogativi che mi si strozzano in gola. Il più sadico dei contrappassi, per chi ha una fame di risposte difficile da addomesticare.

Mi hai lasciata con l’amaro in bocca a la lingua paralizzata. Se il meglio che puoi offrirmi è un’attesa senza traiettoria scandita dalla parafrasi delle tue intenzioni, penso proprio che continuerò il mio viaggio facendo finta di non averti mai incontrato.

Qui e ora

La stazione di Bari ha su di me un effetto calmante. Placa le ansie e stuzzica  l’appetito con il suo retrogusto di libertà e appartenenza. Qualcosa di paragonabile all’aroma di ragù che invade le stradine di Monti la domenica mattina.

Il richiamo del familiare sa essere irresistibile, se ti sfama e rifocilla prima e dopo aver esplorato un altro angolo di mondo. Casa è il miglior luogo da sognare, quando per legarti non ha bisogno di catene.

Il groppo in gola che mi assale ogni volta che torno a Lecce è ormai irrinunciabile. Il tremolio dell’anima è l’immagine sdoppiata che restituisce lo specchio d’acqua. Un colore che significa protezione e solleva dalla necessità di indossare corazza ed elmo prima di affrontare il mondo esterno.

Un’emozione tangibile e sfocata al tempo stesso. Non manca nessuno degli ingredienti della felicità, eppure non è detto che ne verrà fuori la miglior torta possibile. Pancia e testa hanno raggiunto simultaneamente lo stato di grazia, ma sento di non riuscire a verbalizzare e condividere tutto questo con chi mi circonda.

Quante volte, mentre sentivo la mia voce cantare, accarezzavo l’idea di fotografarla per serbarne concreta memoria, ma poi rimandavo il tutto a un momento successivo, che sicuramente – pensavo – sarebbe stato più composto? Troppe, e puntualmente sbagliavo.

Oggi ho deciso che, se ho il sorriso addosso, l’eventualità di restare afona non è certo un rischio mortale.