Un’insospettabile lucidità gentilmente offerta dal raffreddore

Le due cose che sopporto meno di me sono l’incapacità di dar seguito alle promesse che mi faccio, e la – quasi totale – assenza di costanza. Ora che ci penso, si tratta di aspetti inevitabilmente correlati tra loro. Una sorta di circolo vizioso, e allora, meglio che provi a trovare l’anello debole della catena, per aggredire il perverso meccanismo.

Non ho mai fatto mistero di detestare le feste obbligate ma, credo, per un sacco di tempo ho attribuito al fatto sbagliato l’origine di quel pungente senso di inadeguatezza che mi assale davanti a tavole imbandite e orde di parenti. Dipende dal fatto che, in occasioni del genere, la vita di una persona rischia di finire come un capo di bestiame al mercato delle vacche. Tutti – o quasi – s’impegnano strenuamente a convincere gli altri (e per primi loro stessi) di quanto appagati siano, e di quanto si divertano ogni giorno. Più di tutto, mi dà l’orticaria che, in un’occasione tecnicamente pensata per dedicare del tempo al prossimo, nessuno abbia sinceramente voglia di stare ad ascoltare. L’opinionismo esistenziale – soprattutto se non richiesto- sembra essere diventato una popolarissima disciplina olimpica. Surreale che a fare questa riflessione sia una persona che, agli occhi di molti, è glaciale o anaffettiva. Temo, peraltro, che sia un indicatore attendibile di quanta umanità ed empatia ci siamo persi per strada.

Digressione a parte, quello che volevo dire è che uno dei miei limiti più macroscopici è l’incapacità di vestire la mia vita di pailette, prima di farla andare in giro a confrontarsi con le altre. Premesso che le cose sbrilluccicose non fanno per me, sarebbe comunque un considerevole passo avanti, se perlomeno imparassi a valorizzare i miei giorni e ciò che sono, per poi trovare il vestito più adatto a loro. Sarebbe quanto di più vicino a un atto d’amore verso me stessa. Un regalo che posso riuscire a farmi solo se decido seriamente di coltivare la sacra arte della pazienza.

Ziggy Stardust’s daughter

Un anno fa moriva David Bowie. Ricordo lo sconcerto, il dolore sordo e il senso di vuoto.

Non ho mai visto un suo concerto, e questo resterà sempre nelle mia personale lista di rimpianti. Un post-it di colore verde acido appuntato su quelle idee inconsistenti frutto di un’irreale fiducia di miglioramento. L’illusione di cambiare senza alcuno sforzo andrebbe punita con l’ergastolo.

Quando viene meno il creatore di qualcosa in cui ti identifichi è come perdere di nuovo la verginità. La fine dell’innocenza che ne consegue è analoga, ma mentre dopo aver fatto l’amore la prima volta senti che quello che hai vissuto vale il prezzo di ciò a cui hai rinunciato, la morte di quello che per te era un simbolo ti rende semplicemente più cinica e disillusa. All’improvviso realizzi quanto sia fragile e precario ciò che ami.

Dodici mesi dopo quel lunedì mattina di gennaio sono forse un po’ più adulta, ma mi sento un palloncino in balia del vento. Come si fa a sapere di essere pronti a lasciar andare il filo, e assumersi la responsabilità della leggerezza?

Tra me e te, la Manica

Dove le tue mani – forse – non arriveranno mai, sono arrivate le tue parole. Hai condiviso con me solo una fantasia, ma te ne sono grata come se mi avessi fatto bere il tuo seme.

Pudico, a tratti vittoriano, eppure portatore sano di una sensualità decisamente palpabile, forse proprio perché non ostentata. Inconsapevolmente mi hai promesso qualcosa che, anche se quasi certamente non assaggerò, ha preso il posto del caffè al ginseng.

Giocare con gli specchi può essere decisamente afrodisiaco,  a patto di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione.

Maneggi metafore e terze persone singolari con disinvoltura e sapienza, come se avessi a che fare con il tuo pianoforte. Seguendo il vagabondare dei tuoi pensieri (desideri?) mi hai parlato di un viaggio irrealizzato, e l’effetto non  è stato molto dissimile da una notte di passione che non conosce mattina.

Se c’è un modo per bypassare le controindicazioni del risveglio, ti prego di insegnarmelo.

Senza chiedermi dove sarò tra un anno

Non ho grande simpatia per le feste obbligate. Il clima natalizio mi mette l’ansia, e quando penso all’interminabile tavolata che mi aspetta con i parenti, scapperei a gambe levate.

Eppure, due parole sull’anno appena trascorso sono forse inevitabili. Un’insicura ha bisogno di fare il punto con un minimo di onestà, per non buttare al cesso il bambino con l’acqua sporca.

Ho cercato di cancellare con un colpo di spugna un passato pesante, intruglio imbevibile di scelte fatte e subite. Così, talvolta ho ecceduto in ottimismo, mentre la mia incostanza continuava a scrutarmi impassibile. Chè il nodo da sciogliere era dentro e non fuori; questa consapevolezza è la valigia con cui mi presento al check in per il 2017.

Ho azzardato passi più lunghi della gamba, ma poi sono riuscita a tornare con i piedi per terra; lussazioni ed ecchimosi non hanno fermato il mio cammino, anche se a volte non è stato facile accettare la battuta d’arresto.

Per i prossimi 12 mesi mi auguro nuovi errori, la sensazione di foglio bianco a ogni nuovo inizio, e il ritorno della fame da desideri.

A chi passa da qui, auguro giorni talmente pieni e brucianti, da polverizzare senza scrupoli residui i quintali di calorie che ingurgiteremo fino al 6 gennaio.

In un attimo le carte si sparigliano

Compari. O meglio, ti cerco, e fai tutto, tranne che piegarti all’immagine romantica che ho del nostro (non) rapporto.

Mi provochi, lanci risposte lontane anni luce da quello che vorrei, eppure scateni fantasie coperte da mesi di polvere. A furia di coltivare nevrosi ci si convince di essere frigide, sai?

Indugiare nelle immagini che abbiamo condiviso ha reso possibile congelare tanti di quei sacchetti di tempo inutile, da riempirne un freezer.

Il gusto dei tuoi baci, garbato ma inconfondibile. L’azzurro dei tuoi occhi che si strizzano mentre cerchi di penetrare la superficie dei miei gesti. La gracilità delle tue ossa che nulla toglie alla forza con cui mi entri nella testa, prima ancora che nei vestiti.

Non ti avrò mai come voglio. Non siamo progettati per il tutto, ma forse anche qualcosa può essere abbastanza, se dobbiamo traghettarci verso una versione migliore di noi.

Pegaso è uguale a tutti gli altri

Un abbraccio può essere molto distante, se a separare due corpi c’è un bacio non dato.

La sensuale goffaggine è qualcosa che resta attorcigliato nei tuoi capelli. Il tatuaggio di cui parli quasi scusandoti è l’impeto d’incoscienza che non ti sei potuto permettere. Il lago in cui i tuoi occhi grigi si specchiano.

C’è un modo casuale di sfiorarsi che può essere miniera di cose non dette (non fatte) o consuetudine priva di significato. Voglio credere alla dolcezza delle labbra che non ho baciato. Al pudore dei tuoi occhi che non raccoglievano i miei sguardi al tuo accenno di barba.

Ogni volta che un uomo e una donna si rapportano, c’è un confine da non superare, se si sa di non poterne gestire le conseguenze. Devo ringraziarti per non aver oltrepassato questa linea, altrimenti sarei stata monopolizzata dal desiderio di avere su di me le mani che saranno impegnate a scartare i regali con tua figlia.

La penna come sismografo

Ci hanno provato in ogni modo, a farmi abortire il viaggio tanto a lungo desiderato.

Ci hanno provato a lungo, e fino a un certo punto ci sono anche riuscite, le mie nevrosi.

Mi dicono che basta volerlo, per farle cicatrizzare definitivamente. Ma proprio l’ottimismo d’accatto mischiato alla totale inconsapevolezza di ciò che si dice ha avuto l’effetto di generose manciate di sale, più che di salutare disinfettante.

Ci sono bracci di ferro ben lungi dal regalarci una vittoria schiacciante. Sono quelli che – al massimo – ci aiutano a instaurare un dialogo con la nostra furia, interrompendone il monologo.

Berlino ha il sapore della carezza che mi sono a lungo negata. Lo sguardo stupito e affamato che avevo da piccola. Quella voglia di camminare che non si spegneva neanche dopo essermi sbucciata le gambe.

A questa città devo parte delle mie cellule, e non solo per tutte le delizie e l’alcool che mi ha indotta a ingurgitare.

Ho scoperto luoghi a cui immaginavo (già) di appartenere, ma solo dopo averli calpestati mi sono liberata dalle catene di rimpianti accumulate in 30 anni.

Sono piena di gratitudine verso me stessa. Pronta perfino a concedere a Roma le attenuanti generiche del caso.

Oggi celebro il mio coraggio capace di fantasie salvifiche. È stato concesso anche a me di assaggiare un pezzetto di bellezza e allora, forse, per il momento non sarò più prigioniera di nuovi monologhi farneticanti.