Neanche il pastis

Ci pensi che quando ci vedremo potremmo sapere già che non riaccadrà. Come vedersi solo per augurarsi un buon prosieguo di vita. Devo allenare la vista a scovare dell’umoristico perfino in questo, è la mia condanna.

Sapevo che avrei fatto una brutta fine, eppure non sono riuscita a impedirlo. Non l’ho voluto. C’ho messo tutta l’ostinazione di cui sono capace.

Poi mi torna in mente l’onda che s’increspa e cresce ogni volta che ridi, e mi dico che, se quello scroscio esiste - e io so che esiste – non può non neutralizzare qualsivoglia cacofonia circostante. Compreso questo stridio.

E rimani come scarpe gualcite nell’erba, a far l’amore con ciò che di primo ed essenziale è: non può l’epilogo né alterare né azzerare lacrime e appetiti che l’hanno generato.

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Anf

Chiedere asilo politico alle tue spalle. Come vedresti la faccenda?

Tanto sai che non avrei mai il coraggio di assediarti l’anima. E’ lugubremente triste il pensiero di proporre raptus, desideri sfrontati, passi da imboccare imperiosi  a chi con tutto il suo essere suggerisce di tenere tutto ben lungi da sé. Niente è (neppure vagamente) essenziale. Consapevolezza che fa accartocciare la terra sotto i piedi, ma anche volendo testardamente ricucirla con ago e filo, come ho anche solo potuto pensare di oppormi a forze telluriche e impietose?

 

Negli occhi mi resta nascosto il calore che non riesco a dirti. Si accuccia nei miei silenzi, non vuole farsi accorgere o disturbare, e allora si addormenta, ma sempre più scomodo e indolenzito. Nelle gambe piegate, ma non solo.

 

Se ti guardassi negli occhi, me ne resterei zitta. Il muscolo cardiaco un tamburo a rimbombare in ogni angolo dal corpo. Sentirlo pulsare nei polpastrelli, sotto la pianta dei piedi, fin nel punto più inconfessabile di me.

 

A un centimetro dalla tua faccia, l’imbarazzo (di scegliere tra tutto ciò che vorrei agire nel medesimo istante) rivelerebbe precisamente quello che mi ricaccio in gola di forza, ogni volta che tenta di risalire e raggiungerti.

Avrei bisogno di conoscere il tuo abbraccio per sagomare il profilo della mia sconsideratezza sulla realtà delle tue mani. Del tuo modo così tuo di sbuffare.

Anche solo il modo in cui dici “ok”.

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Il Fiumani che non t’aspetti

L’inquietudine ha proprietà sismiche insospettabili.

Ti consente di fiutare l’odore del sangue ancor prima che si squarci lo strappo alla pancia che ne sarà padre. Quante erre accatastate in così poco spazio. Come cause semantiche perorate calorosamente senza riscuotere alcun successo.

 

La cuspide Pesci su nuca acquariana non produce un gran bell’effetto d’insieme, è certo.

 

Ci sono cose rispetto alle quali si è completamente inabili a livello cognitivo, non ci sono cazzi.

 

E la coercizione alla concentrazione è solo un supplemento di tortura.

 

Mi torna in mente quel film di cui non ricordo il titolo in cui la Buy quasi si arrabbiava con te stessa “perché se piango è come se fosse un po’ meno vero quello che dico”

 

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Noi non supereremo mai questa fase! (cit)

La mia famiglia è fortemente – nel duplice senso, temo – matriarcale.

Il che evidentemente comporta, a cascata, pro e contro del caso.

(Una parte del) le decane di casa hanno una personalità e vis polemica che spesso (ha rischiato di) fagocita(re) le figlie, senza aver mai realmente metabolizzato il proprio essere, inevitabilmente e fisiologicamente monche, per gli abbandoni (decisi e/o subiti) non interiorizzati e la conseguente incapacità di accogliere figure maschili altre nella propria vita. Credo sia per questo che il rapacismo verbale di mia madre mi fa paura: è più puntuta di una vespa incazzosa. E lo dice una che si è guadagnata l’appellativo di tifera (ritrosa, spigolosa) in adolescenza. Suddetta porzione del matriarcato sfoggia un’incapacità di reale ascolto accoglienza interesse per il maschile che mi sconcerta, e sì che io non brillo certo per caramellosità nel rapportarmi all’altro sesso. Tuttavia resto convinta sempre più che l’universo maschile è stata una bella invenzione, e in quanto tale, porta con sè anche un certo carico di afflizione talvolta (ma d’altronde la pelle non può mica esser sempre e solo accarezzata da un leggero premuroso venticello primaverile)

 

Il matriarcato ha una compattezza ferrea nella buona come nella cattiva sorte. Forse l’artefice di tutto questo ne sarebbe stato orgoglioso, se potesse vedere. Tra le decane la comunicazione fluisce inarrestabile anche se sotterranea. Alla prima minaccia dall’esterno, tempo mezz’ora, e il trio delle meraviglie t’ha già messo in piedi un summit estemporaneo degno di Camp David. Immaginatevele come delle tigri (paura, eh?)

Ogni nuova fidanzata che il mio coevo cugino porta in famiglia durante le feste comandate (e non) è oggetto di raffronto immediato  - e annessa sconfitta – con la sua ex ancora nel cuore di zie, cugine e sorelle. Ma non di Graziano medesimo, parrebbe.

La rottura del pluridecennale legame della mia omonima cugina in seguito alla –  diciamo così –  metamorfosi del suo lui, a distanza ormai di quasi un anno, è ancora argomento capace di scatenare discussioni acerrime, sfoghi al vetriolo rabbie scomposte che mia zia sistematicamente sente il bisogno fisico di condividere con le sorelle. Ogni ulteriore sviluppo/inviluppo della questione appicca istantaneamente il fuoco incrociato lungo il quadrilatero Pavia-Bologna-Lecce-Galatina e ritorno. Mia madre è fedelissima spettatrice di questa soap opera in salsa paesana fabiovolesca, contribuendo a tenerla in vita non solo con sincero accaloramento, ma anche con chicche di buonsenso degne dei baci Perugina del San Valentino dei prossimi 10 anni. Incredibile la quantità di energie emotive che investe nel tamponare i malumori di mia zia, d’altronde ogni giorno ce n’è una nuova.

Mia cugina. La stessa che da piccola mi trattava come una psicologa saccente e anaffettiva tratterebbe una bambina che a tre anni non riesce ancora a parlare. Mi dava della viziata, me che da bimba mi hanno cresciuta i nonni perché mia madre lavorava, e finchè non cominciai ad andare a scuola m’ingegnavo a divertirmi parlando di dinosauri e fossili con mio nonno, o inventando come si preparava il caffè schiacciando i chicchi nelle tazzine di plastica rosa shocking. Lei aveva il papà che la portava a vedere Roger Rabbit al cinema, io restavo a casa con mia nonna e la zia a vedere Milagros. Ne aveva – ne ha – una buona per ogni circostanza, mia cugina l’omonima. Sei una nullità in confronto al suo gigantismo umano, ma nella sua celestiale bontà ha il tatto di non sventolarti questa evidenza schiacciante sotto il naso. Si limita a sorriderti con quel ghigno da paresi facciale. Andrebbe presa a pugni, o quantomeno ricondotta al suo essere finita e tapina come tutti noi terrestri siamo, invece no. Guanti di velluto e teca di cristallo sono il premio alla cattiveria caramellata.

 

Può sembrare invidia vomitata gratuitamente sulla cugina omonima, ma non credo. E’ che a volte penso che a mia madre sia toccata in sorte la Effe sbagliata come figlia. Ma senza prendermi inutilmente in giro, la sensazione è che sia lei a pensarlo. E nonostante le barricate quotidiane, inutile negare che faccia male, a volte, quest’evidenza sbattuta sul muso.

 

Chè poi in realtà l’intenzione razionale era di scrivere di ben altro, ma comunque c’è. Soprattutto, probabilmente, in questo autosabotarmi lo sguardo fino a distoglierlo.

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Orecchie d’asina

Boccheggio come pesce strappato a forza dalla boccia.

Quando arriva il pugno alla bocca dello stomaco, tanta e tale è la grandine di sensazioni che è come il post brusco calo di pressione. Tutto l’intorno ti ronza in testa a mo’ di sciame e tu semplicemente non capisci più un cazzo.

Talmente tante le cose che richiederebbero spiegazione senza poterla avere, che ti abbandoni interamente al senso di frastornamento per anestetizzare l’urgenza degli spilli che ti ritrovi conficcati ovunque e contemporaneamente nel corpo.

Pensare a qualcosa di buffo che strappi una risata è l’unica ciambella a disposizione.

Pietrificata.

Dannata me. Fottuta insospettabile emotiva che sono.

 

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La sindrome premestruale è pessima consigliera

Il periodo assiste ad una sorta di regressione inversa. Vagheggiamenti e pigrori da scolaretta si accompagnano ad un diversificato senso del dovere, come fossi al medesimo tempo madre di me stessa e figlioletta da accudire.

E’ ancora da tratteggiare il mio personale disegno di famiglia, ma sentirmi parte di una rete di mutuo soccorso capace di attivarsi e tamponare ferite in modo tanto fulmineo quanto efficace, inevitabilmente mi addolcisce la linea degli occhi. Anche a non volerlo dare a vedere, anche a dover convogliare energie ansiose e capacità di gestione dello stress altrove. Qualcosa di me affonda radici in loro, e sentirlo è come mano capace che ricopre le spalle dal freddo brusco.

 

Ci sono cose da tenere coperte come l’impasto preparato per fare la pizza, sì che possano decidere da sé la loro sorte. Lievitare o no.

 

Smorzo un sorriso, ma so che c’è. Lo giurano le lenzuola fresche a giocare con le gambe alleggerite e scalze.

 

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Non pervenuto

Mentre tornavo dal mare, una scia improvvisa di rosso mi ha calamitata. In una stradina laterale spiccava una macchina sparuta, accostata lungo il ciglio, mentre un papà e due bimbe cianfavano nella terra, tra gli ulivi, a raccogliere mazzi generosi di papaveri.

 

Quello che trattengo senza riuscire a verbalizzarti è qualcosa di molto simile. Non mi chiedere in che termini o per quali aspetti, non ne ho coscienza, non ora almeno. Quel che so è che in entrambe le situazioni è più cospicuo e rilevante ciò che sfugge al tentativo di logorreizzazione da ciò che riesce ad assumere la forma di frase di senso compiuto.

 

Le maglie della parola sono troppo larghe e grossolane per imprigionare le mille cangianti pietruzze cresciute sul fondo del torrente.

 

La voce con cui quella sera parlavi a tuo nipote. Mi avresti dedicato una tua personale voce da orco?

 

Riuscire a guardarti negli occhi millantando disinvolta  perfetta padronanza di me, dei miei rossori. Della me ridicola, del desiderio delle tue cellule accanto e sovrapposte alle mie.

 

Renderti lo schiaffo che meriti, per poi inalare senza più colpevolizzarmi i cattivi pensieri sobillati dalle mani, e chissà cos’altro.

Vergogna come se mi ritrovassi con i vestiti stracciati, scarmigliata e colpevole in piena piazza.

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