Un contagio asettico, che distrugga solo le cellule malate

(Resta) sorriso spiaccicato su istantanea.

Non chiedetemi. Non so. Non intasate inutilmente l’Ufficio Reclami.

Mi si interpella su casi altrui, io che sui miei, di casi, ho dovuto sospendere il giudizio causa sfinimento  di unghia e di meningi.

 

Utile persuadersi  che esista una matassa nascosta da qualche parte. Più dell’odio il non/amore, e (più) di questo il grigio definitivo.

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Marzo 1983

“Ti  auguriamo sogni a non finire,

la voglia furiosa di realizzarne qualcuno.

Ti auguriamo di amare ciò che si deve amare,

di dimenticare ciò che si deve dimenticare.

Ti auguriamo passioni,

di resistere all’affondamento, all’indifferenza.

Ti auguriamo soprattutto di essere te stessa!”

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Madchester

L’innocenza non è perduta. Affatto.

E’ solo alloggiata in cantina, comodamente, a maturare. Come i vini migliori, quelli speciali, che meritano cura e tempo per rivelarsi nel loro massimo splendore.

 

La sconsideratezza la forza i 15 anni di assoluti sono gomitolo che, al momento opportuno, anche cieca muta e sorda riuscirei a srotolare.

 

Jarvis Cocker mi ha detto che sono una bambina così carina, che sono spacciata. Ma ha promesso che mi vorrà bene per sempre comunque.

Perché a volte farsi zittire è resa meritata, forse anche implorata. Solo orecchio allenato riesce ad afferrare saldamente.

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This parrott is no more

Equanime, senz’altro. Presente, non saprei.

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Rupert Sciamenna nel ruolo di Dio

Sarebbe perfetto poter sempre giustificare la propria ovvietà con l’amore (concedetemi il turpiloquio). E invece il più delle volte si è semplicemente ammorbati e stomacati dal proprio stesso piattume, e allora si vagheggia di altrui scenari.

Sono tremendamente ciclica in questo momento. E non certo perché innamorata.

Sono solo annoiata eppure pensierosa. Istericamente spaventata, ma stupidamente (quasi) rassegnata.

 

Però ora che sono al sicuro nel mio rifugio antiatomico penso di potermi tranquillamente concedere il sapore del fiele. Godermene l’agonia distillata in gocce neanche fosse uno spettacolo a teatro, seduta nella poltrona che gode la visuale migliore.

Se fossi una vedova nera sapiente, ti restituirei il tuo seme, e lo farei come se fosse un favore, un gesto d’incredibile magnanimità che ti sto largendo. Ma in realtà sono solo egoista e ingorda come tutti gli altri. D’accordo, forse giusto un tantino in più, ma solo per via di tutti gli arretrati da saldare.

 

Potrei morire per un dettaglio. Ma fortunatamente talvolta è il suo stesso gemello siamese a prendere l’ingrata decisione di staccare la spina. E allora posso guardare Massimo Zamboni aggiustarsi gli occhiali sul naso, e accorgermi che essere nel posto sbagliato al momento giusto è un vezzo da cui non vedo perché dovrei guarire.

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Inchiostro e violino

Il cielo si vomita addosso, rotola nel suo stesso sputo.

La melma è germogliata negli spazi lasciati liberi tra un’insoddisfazione e un annacquato senso di superiorità.

Ossa che hanno tessuto ragnatela insospettabile e insidiosa tutto intorno ai polpastrelli. Ma certi imbarazzi via via che si ambientano nel corridoio dei ricordi diventano come calco di polvere dei buoni quadri di pessimo gusto nella casa dei nonni.

Prendo nota dei chiodi salienti che mi toccherà raddrizzare da qui a medio termine, e se germoglierà l’angoscia di non avere abbastanza gambe per camminare questa strada, mi farò portare un sufflè al cioccolato, e docile ripercorrerò il sentiero di fil di ferro dei ghirigori delle nuvole.

Chè ripercorrere con puntiglio certi tracciati con gli occhi e con l’oscurità  rende li stessi gradini consumati e (ri) formati dall’abuso di piedi pesi scarpe diverse.

Gesti che arrivano a possederti e addomesticarti con tale impudenza che quasi te ne senti sporca(ta).

Don Rosa non dice niente, ma ha tutta l’aria di sapere (già).

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The sun smells too loud

Ho la sensazione di non riuscire a valorizzare abbastanza certi tagli di luce e d’ironia di questa porosa accidentata stagione. E tu me ne daresti conferma.

Pungi più forte e sgradevole proprio quando inatteso. Prima di tutto il resto lasciasti un fagottino per ciascuna delle mie tasche, e una busta rossa tra le mani, rigonfia di non si sa quale enigma. Cibo negato con forza, per poi avvertirne controtempo la fame, non senza una dose cospicua di auto – dileggio.

Urlo così forte, che comincio seriamente a temere che finirà per piovermi addosso. E sarà colpa mia, e allora non potrò più lagnarmene. Ma poi so che sarebbe ciò che vorrei, forse, e allora so per certo che non succederà.

Qualcosa che brucia a contatto con l’aria. Si consuma, si sciupa invano. Ma cosa fare. C’è qualcosa che si può fare. Forse solo soffiare sulla candela e preservarne il guizzo per tempi altri. Con il vivo augurio di non aver atteso troppo prima di assegnare giusta vittoria al buonsenso.

Febbraio che scimmiotta patetico dicembre. Tenta di carpirne l’ottusa superbia, ma tanto non è roba sua – fa solo di sé stesso un carnevale di melassa.

Ciascuna delle dita della mia mano destra sta portando un pezzetto di ustione. Ognuna ne sconta tutte le fasi, scrupolose e inflessibili. Micidiali deturpano e trascinano al fondo. Oppongo resistenza, risalgo e torno giù. E’ tempo che rispetti questo gioco delle parti, senza più controbattere.

Almeno posso urlare quanto mi pare.

Proprio ora ho scoperto che sono completamente insonorizzata.

Pluff

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