Diario della gratitudine

“La vita è 10% quello che ti succede, e 90% come reagisci”.

Negli ultimi anni sono inciampata spesso nelle innumerevoli declinazioni di questo – solo apparentemente banale – concetto. Si trattava di slogan che celebravano la resilienza, la necessità di ridimensionare qualunque problema, e il potere terapeutico dell’ottimismo.

Ogni volta mi sembrava di aver trovato la chiave della mia ansia congenita, mi ripromettevo di leggere fino a quando avessi fatto miei questi principi e, per un attimo, mi illudevo che da lì in poi tutto sarebbe andato molto meglio. Oscillavo tra un estremo e l’altro: spaccare il capello in otto, e sottovalutare le mie fragilità esemplificando in modo ossessivo le questioni.

Di fatto, però, non avanzavo di un passo. La serenità, che di tanto in tanto mi avvolgeva, si basava perlopiù su fondamenta di sabbia: l’illusorio potere di controllare gli eventi, e la ciclica assenza di novità e imprevisti.

Quando mi è finito davanti agli occhi il meme del 10/90, finalmente, ho deciso di prendere sul serio il concetto. Chè da un po’, dentro di me, si stava smuovendo qualcosa. Era successo dopo l’ennesimo fastidioso – ma tutto sommato reversibile – evento che minacciava di farmi sbranare dalle paure.

In quel momento ho deciso di tenere un quaderno della gratitudine da aggiornare costantemente, annotando tutto ciò che mi appaga. Le mille e una declinazioni del reale che rendono la vita un’opportunità da apprezzare e coltivare con tenacia. Dal mio fidanzato che mi cucina il polpo con le patate, al piacere di un pomeriggio inaspettatamente libero, passando per un’ottima marca di merluzzo in offerta.

Questo semplice esercizio ha risvegliato le mie papille gustative emozionali, le ha affinate e ne ha acuito l’appetito. Essere la prima a donare un sorriso è stata condizione necessaria ma non sufficiente per restituirmi senso e scopo. Ossessioni e compulsioni non sono sparite da un giorno all’altro come per l’azione istantanea di un interruttore, ma ho capito che gioia non è assenza di problemi né vita edulcorata, bensì determinazione a cogliere ogni singolo frammento di bellezza che si presenta. Non importa quanto sia piccolo o effimero.

Bellezza è mia madre che quando mi chiama ha una gran voglia di raccontarmi la sua giornata.

Raccogliere gli sfoghi della collega moglie e madre, che la maggior parte delle volte assorbe i malumori spropositati di sei trentenni.

Il mio fidanzato che fa il bis delle lenticchie che gli ho preparato.

Bellezza è poter contare su estranei che dimostrano umanità e infondono – del tutto gratuitamente – serenità. Come un padre che fa sentire al sicuro la figlia di cinque anni abbracciandola con allegra dolcezza. Perché per onorare la capacità della vita di rimarginarsi e rigenerarsi non servono aforismi motivazionali, ma esempi positivi che sfondino la porta (semi) aperta della propria caparbietà.

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